mercoledì 2 ottobre 2013

Emozioni


"Tu chiamale, se vuoi, emozioni...", cantava Battisti. Spesso difficili da definire, il confine tra diverse emozioni è labile e delicato. Tra l'amore e l'odio vi è solo un passo. Come gestire le proprie emozioni?

Esprimi le tue emozioni

Perché la gente ci guarda storto appena scoppiamo a ridere o le lacrime ci salgono agli occhi? Se le nostre emozioni possono apparire sconcertanti, esse sono comunque delle preziose guide nella vita di ciascuno di noi. Allora, di tanto in tanto lasciamoci andare!
Esprimi le tue emozioni
© Jupiter
La nostra cultura disapprova l'eccesso di emotività, di qualunque genere. Fin da bambini, impariamo a frenare le emozioni, a nasconderle… talvolta fino a soffocarle.
Peccato!

Che cos'è l'emozione?

L'emozione è una reazione affettiva naturale di fronte a quanto ci accade. Che sia piacevole (come la gioia, per esempio) o spiacevole (tristezza, paura, rabbia…), lieve o intensa, essa si manifesta a volte a nostra insaputa. Può essere accompagnata da disturbi diversi: rossore, tremore, palpitazioni, interruzione o superattivazione del pensiero, mutismo, ecc.  Le emozioni ci spingono a darci una smossa, ad agire e a reagire: possiamo osservare facilmente queste reazioni impulsive negli animali o nel bambino: un animale impaurito attacca, fugge o si rintana, il bambino contrariato si arrabbia o si mette a piangere… Le emozioni hanno svolto un ruolo fondamentale nell'evoluzione dell'uomo fin dalla notte dei tempi: la paura per proteggersi dal pericolo, la collera per mobilitare le energie… L'emozione permette in effetti delle reazioni molto rapide.  Serve da allarme, trasmettendo un messaggio senza dubbio minimo ma vitale.  Nel nostro mondo civilizzato, le emozioni solo di rado svolgono una funzione di sopravvivenza, ma non sono pertanto divenute inutili. Anche se a volte ci turbano un po" troppo, c'è sempre qualcosa da ricavarne.

Specchio dell'anima…

Le nostre emozioni ci parlano di noi stessi , di ciò che ci piace o non ci piace, ci rallegra o ci intristisce, ci impaurisce o ci irrita. Esse ci ricordano chi siamo, dietro la facciata della nostra educazione, fornendoci preziose indicazioni sui sentieri da seguire o da evitare. Ci aiutano a fare scelte in accordo con noi stessi, purché non facciamo finta di non sentirle… che si tratti di un mestiere, di un compagno, di un tipo di viaggio o soltanto del film da vedere in serata! Degli studi sulle funzioni cerebrali hanno dimostrato che una persona privata incidentalmente della sede della sua
memoria emotiva aveva enormi difficoltà anche a prendere le decisioni più razionali.  Dunque, la sola ragione non basta per scegliere!



I gesti parlano di te

Arrossire, parlare con le mani, camminare con le spalle curve… I tuoi atteggiamenti tradiscono le tue emozioni e i tuoi pensieri. E se tali gesti, tali mimiche, avessero tanto impatto quanto la parola? Come controllare questi messaggi che invii a tua insaputa? Come assicurarti che siano vantaggiosi per la tua immagine?
I gesti parlano di te
© Jupiter
Impara a decifrare e a controllare questi messaggi non verbali.

Osserva il tuo corpo!

Ecco qualche consiglio che potrà aiutarti a controllare meglio questo modo di comunicare:
  • Fa" attenzione alla posizione del tuo corpo. Batti in ritirata (incollato in fondo alla sedia) o sei in posizione d'ascolto attento (proteso in direzione dell'interlocutore)? Dai l'impressione di essere recettivo ai discorsi dei tuoi interlocutori (le spalle aperte) o di essere chiuso ai loro propositi (braccia e gambe incrociate)?
  • Tieniti dritto. Ma mantieni una certa scioltezza per non sembrare rigido. Questo ti libera il diaframma, che quando sei stressato tende a contrarsi, e ti permetterà di respirare meglio e di aumentare la fiducia in te stesso. Il tuo interlocutore se ne accorgerà inconsciamente
  • Non aggrottare le sopracciglia. Non stringere neppure le mascelle. Rilassando volontariamente il viso distenderai anche il resto del tuo corpo e il tuo spirito…
  • Sorridi! È un consiglio semplicissimo, ma che ti permette di stimolare la simpatia delle persone che incontri. Ciò ti metterà subito a tuo agio, e potrai avviare più facilmente la conversazione
  • Il tono, l'intensità e l'eloquio riflettono la tua calma e la tua sicurezza.
  • Osa affrontare lo sguardo dell'altro. Il più delle volte il tuo interlocutore non ti vuole affatto del male! Non ti dimenticare che lo sguardo è fondamentale: è il tuo primo contatto con gli altri.

Comincia ad applicare questi consigli nelle situazioni abituali, in seguito potrai applicarli con più facilità e naturalezza quando ti troverai in situazioni inconsuete.



Le 5 chiavi della felicità

La felicità non si compra da un concessionario, ma si coltiva piuttosto come un giardino. Alcuni la inseguono, altri l'assaporano, ma ciascuno di noi vi aspira. Per aiutarti in questa ricerca, gli specialisti ti propongono cinque strade…
Le 5 chiavi della felicità
© Thinkstock
Per alcuni la felicità è nelle cose semplici. Per altri la felicità è trovarsi tra le braccia della persona amata o visitare una galleria d'arte. A ciascuno il proprio tipo di felicità, a cui tutti hanno diritto! A volte è a portata di mano, spesso ci passa accanto. Disposizione della mente o dono del cielo? Non ha alcuna importanza! Ciò che conta è coltivarla. Per farlo, esistono diverse strade, ognuna delle quali si fonda su atteggiamenti e una pratica giornaliera. Quindi, prova a seguire i nostri consigli…

1 - Ritrovare la stima in se stessi

Alcune persone hanno il dono di svalutarsi, mentre altre sanno di essere un dono per il mondo. La differenza tra le due categorie? La fiducia in se stessi! È una scommessa di felicità, una dimensione della tua personalità che ha bisogno di essere alimentata. Una persona che ha grande stima di sé si tratta come diva, "si assume la responsabilità della propria vita e, quindi della propria felicità, senza biasimare gli altri", spiega lo psichiatra Christophe André. La persona che ha poca stima in se stessa non si apprezza mai abbastanza e incontra numerose difficoltà sul suo cammino. Per coltivarla, comincia a proiettare a mo' di film i tuoi successi. Al termine della giornata, sei solita ricordare le cattive notizie: questa pratica è incasinata, ha piovuto tutto il fine settimana, e via di questo passo. Pensa invece in positivo: un piccolo successo sul lavoro, un complimento da parte del tuo innamorato... tutto questo non può che darti piacere.

2 - Coltivare buone relazioni con gli altri

La felicità? Coccolare gli amici. "Parallelamente all'atteggiamento egocentrico, pensare agli altri è importante per essere felici", sostiene Albert Ellis, fondatore dell'approccio emotivo-razionale. Il suo consiglio: non cercate si sentirvi sistematicamente amati o accettati dal vostro entourage. Fate dell'approvazione degli altri un obiettivo auspicabile, ma non indispensabile. Invece che aspettare che siano gli altri a dare, siate pronti a farlo voi per primi. Non esitate a dare una mano o a moltiplicare le occasione per festeggiare. Invitate i vostri amici a cena o organizzate insieme a loro dei brunch la domenica. Tutto questo richiede molto meno tempo e mezzi di quanto si creda.

3 - Concedersi piccoli piaceri

E se la felicità di vivere non fosse che la sequenza di brevi istanti di felicità? I piccoli piaceri sollevano il morale... una pausa caffè con un collega con cui si va d'accordo, un raggio di sole nel cuore dell'inverno… La felicità è come la salute: bisogna averne cura ogni giorno. Fatti del bene e, soprattutto, evita di sovraccaricarti con lavori faticosi, la pulizia dei vetri, i conti, la spesa al supermercato. Puoi iniziare a ragionare anche in termini di ricompense, di benefici personali. "Se riesco a raggiungere questo budget, mi regalo un week-end romantico"! Schierati dalla parte dell'allegria: la gioia aumenta la concentrazione di endorfine, ormoni rilassanti, molecole della felicità.

4 - Riconciliarsi con il proprio passato

Vecchi rancori nei confronti di un ex, una storia familiare difficile... capita spesso che i ricordi diventino ingombranti. Per scaricare questi pesi e investire nella felicità, spesso basta parlare di ciò che ci impedisce di sentirci più spensierati. Spesso riesce più facile con un'amica, anche se l'oggetto della discordia è delicato. Nel contesto della coppia o della famiglia, a volte la situazione è addirittura più delicata. L'elaborazione di un lutto o la concessione del perdono non avvengono da soli: accettare è già un passo avanti verso la soluzione del problema. Oggi, consultare uno psicologo è divenuto un fatto abituale. In altre parole, per smascherare il problema e liberarsene, talvolta rivolgersi a uno specialista può rivelarsi la soluzione giusta. Soprattutto se le angosce o un certo malessere diventano un ostacolo che si contrappone alla propria felicità. Riconciliarsi con il proprio passato è anche un segno di maturità.

5 - Sviluppare la creatività

Combattere la routine, aprirsi all'ignoto... E se scegliessimo la creatività, uno dei pilastri della felicità? A parere di Christian Boiron, filosofo, per esplorare, esprimere la propria personalità ed essere felici, la creatività è una qualità essenziale. La materia prima che abbiamo a disposizione: la curiosità! Concediti di commettere errori, di avere esitazioni... in diverse sfere della tua vita. Tutti possiamo farlo! Ad esempio, usa la creatività in cucina: che si tratti di una cenetta romantica o di una merenda per i bambini, divertiti a inventare. Anche la scrittura è un'attività piacevole. Immagina i personaggi di un romanzo guardando le persone del tuo entourage (proprio come ne "Il favoloso destino di Amelie Poulain"). Oppure, prepara un viaggio senza doverti necessariamente rivolgere a un'agenzia.




Emozioni, gesti e parole

No, non siamo solo noi italiani a parlare con le mani: tutti accompagnano il gesto alla parola per esprimerci. Ma a cosa servono i gesti? Aggiungono informazioni al discorso oppure servono solo per supportarlo? Facciamo il punto con Marion Tellier, ricercatrice presso il Laboratoire Parole et Langage di Aix-en-Provence1.
Emozioni, gesti e parole
© Thinkstock
Di ritorno da un week-end di pesca, non puoi fare a meno di vantarti davanti ai tuoi amici dicendo di aver pescato un pesce "grande così", mimando con le mani la grandezza del malcapitato animale. Un po' impacciata con le lingue straniere, ricorri sistematicamente all'utilizzo dei gesti per cercare di farti capire. Anche al telefono utilizziamo questa forma di "punteggiatura" manuale. Tutti i gesti che accompagnano la parola vengono definiti "coverbali" o “paraverbali”. Tendiamo a farli senza pensarci, a non attribuirvi particolare importanza, mentre la loro funzione è molto più ampia di quanto possa sembrare.

Il gesto e la parola appartengono a uno stesso linguaggio

"Si parla di gesti coverbali perché accompagnano la parola", spiega Marion Tellier, ricercatrice presso il Laboratoire Parole et Langage di Aix-en-Provence1. "Ogni gesto rappresenta una creazione individuale, prodotto spontaneamente e, nella maggior parte dei casi, in modo inconsapevole". Secondo la teoria di Mac Neill2, il gesto e la parola fanno parte di un sistema cognitivo unico e identico. Il sistema rappresenta quindi i due aspetti fondamentali del pensiero: l'immagine e il verbale, assicurando in questo modo una certa coerenza semantica. Ad esempio, quando diciamo di aver "pescato un pesce grande così", il gesto utilizzato per illustrare la grandezza del pesce, in genere, è coerente con la dimensione reale dell'animale. Peraltro, esiste un'effettiva sincronia tra il gesto e la parola: il gesto fa la sua comparsa sulla parola chiave su cui desidera porre l'accento il locutore. "Ad esempio, abbiamo analizzato un discorso di Nicolas Sarkozy riguardante le future riforme universitarie (discorso risalente al gennaio 2009 in occasione degli auguri di inizio anno al mondo della ricerca e dell'insegnamento universitario)", osserva la ricercatrice. "Abbiamo potuto constatare che il Presidente utilizzava sistematicamente lo stesso tipo di gesto per un dato argomento: quando si riferiva al passato, all'immobilismo e al conservatorismo, i gesti erano diretti a sinistra. Per indicare il presente, i gesti erano orientati in avanti, mentre per il futuro a destra. Non sappiamo se questo atteggiamento fosse consapevole o meno, tuttavia ciascuno di questi gesti era coerente con il suo discorso".

Difficile parlare senza gesticolare

Ma perché produciamo questi gesti? È forse per trasmettere un messaggio inconscio che non verrebbe recepito correttamente a voce? O è semplicemente un modo naturale di esprimersi, privo di qualsiasi finalità specifica? "I gesti coverbali servono per aiutare il nostro interlocutore ad afferrare meglio il senso del nostro discorso", puntualizza Marion Tellier. Tuttavia, potremmo chiederci perché anche al telefono, quando non abbiamo alcuna persona davanti a noi, utilizziamo comunque dei gesti. E aggiunge: "Abbiamo constatato che persino i non vedenti gesticolavano quando parlano!". In realtà, i gesti servono a strutturare il discorso, a inserire riferimenti spaziali e, soprattutto, la gestualità aiuta a trovare le parole e a "sgravare" in parte il cervello. Prova a parlare a lungo senza aiutarti con le mani: vedrai che non è uno scherzo! Infatti, le mani dicono quello che la bocca non è in grado o non può esprimere.

Usare i gesti per farsi capire

Il tipo di gestualità utilizzata dipende, naturalmente, dall'argomento di conversazione. "Se si chiedono indicazioni stradali, si tenderà a fare gesti denominati deittici, ovvero gesti di puntamento", spiega la ricercatrice. "Ma, in generale, tendiamo a utilizzare diversi gesti iconici (ovvero gesti che illustrano un concetto concreto, molto simile al mimo. Ad esempio, mimiamo l'arrampicata per illustrare il verbo arrampicare) e gesti metaforici (ovvero gesti che illustrano concetti astratti, ad esempio la comunità)". Marion Tellier e Gale Stam si occupano anche dei gesti degli insegnanti di francese come lingua straniera per cercare di sapere in che modo adattano la gestualità in funzione dei loro interlocutori. Nel suo lavoro di ricerca, l'équipe di Marion Tellier ha condotto un esperimento in cui i soggetti dovevano far indovinare 12 parole a una persona di madrelingua francese e a una di lingua straniera. Secondo quanto emerso dai risultati, pare, in modo piuttosto logico, che quando si parla con uno straniero si tende a produrre gesti che durano più a lungo, più illustrativi e più ampi di quando ci si rivolge a una persona che parla la nostra stessa lingua. Anche il modo di parlare è diverso: l'eloquio è più lento, l'accentuazione più pronunciata, le pause più frequenti e le intonazioni molto marcate. Tuttavia, questa dizione particolare, unita a una gestualità pronunciata, può essere utile agli insegnanti di francese come lingua straniera nell'insegnamento stesso della lingua (ma non risulta necessariamente efficace se ti sforzi di applicarla durante le vacanze in India…). "I gesti che utilizziamo poggiano naturalmente sulla prosodia (eloquio, intonazione, ritmo)", conferma Marion Tellier. "Per quanto riguarda gli insegnanti di lingua, è assodato che i gesti li aiutano molto a farsi capire e, soprattutto, sanno adattarli in funzione del pubblico a cui si rivolgono". Nella vita di tutti i giorni, i gesti entrano in modo naturale nel discorso per attribuirgli maggior senso. In alcuni casi, i gesti sembrano addirittura il modo migliore per farsi capire. Chi non si è mai trovato a mimare, nella maggior parte dei casi in modo ridicolo, il gesto di bere o di mangiare per far capire allo straniero di avere sete o fame? Senza parlare poi del gesto che mima l'accendino per il fumatore…

Usare i gesti per imparare meglio

Un'altra funzione affatto trascurabile del gesto coverbale è l'aiuto alla memorizzazione. Infatti, associare un gesto a una parola aiuta a memorizzarla meglio. In particolare nei bambini che non hanno accesso alla lingua scritta: "il fatto di "vedere" una parola nel momento stesso in cui viene pronunciata li aiuta a ricordare", spiega la ricercatrice. "Semplicemente perché il gesto è una traccia aggiuntiva nella memoria associata alla parola. E per loro, compiere il gesto in questione diventa un mezzo mnemotecnico per ricordare la parola. Infatti, quando si vuole memorizzare, occorre codificare la parola in diversi modi. E più esistono tracce diverse nel cervello (parola scritta, parola ascoltata, parola associata a un gesto), più la memorizzazione sarà semplice".

Gli italiani non gesticolano più degli altri!

Ma i gesti sono utilizzati da tutti nello stesso modo? Ad esempio, si sente dire spesso che gli italiani parlano molto con le mani. "Non è proprio così che stanno le cose!", smorza i toni Marion Tellier. "Da quanto ne sappiamo gli italiani non gesticolano più di quanto non faccia un danese o un giapponese. Fanno invece gesti più ampi, utilizzano più spazio. Usano uno spazio gestuale più grande". Peraltro, i gesti coverbali sono spesso molto simili da un paese all'altro, totalmente indipendenti dalla lingua e dalla cultura. In francese, in cinese o in spagnolo si utilizzerà quindi lo stesso gesto per descrivere i verbi bere, mangiare, ecc. Invece, ciò che può differenziarsi da una cultura all'altra sono i gesti emblematici associati a un'espressione idiomatica. Ad esempio, in Francia diverse espressioni si associano a gesti che bastano da soli a comunicarne il contenuto: "stai all'occhio", "che barba", "ubriaco marcio" (con il pollice che ruota intorno al naso). Qualsiasi francese è in grado di cogliere il significato dell'espressione attraverso il semplice gesto. Ma non uno straniero che non dispone degli stessi riferimenti culturali per capirlo. Addirittura qualche volta uno stesso gesto può significare due cose completamente diverse da un paese all'altro. Ad esempio, in Gran Bretagna la V di vittoria con il palmo della mano girato verso di sé equivale a fare il dito medio. Inutile dire che questa differenza culturale può generare malintesi più o meno gravi… Yamina Saïdj, 9 giugno 2011 1 - Marion Tellier si occupa di gestualità, gesti pedagogici, insegnamento precoce delle lingue e della formazione dei formatori all'interno dell'équipe "Co-construction du sens: Intégration, Interface, Interaction" del Laboratoire Parole et Langage. Questo laboratorio unico in Europa riunisce circa 150 ricercatori, ingegneri e dottorandi in diverse discipline: linguistica, neuroscienze, psicologia, medicina, sociologia, informatica… L'obiettivo consiste nel creare strutture di lavoro che favoriscano gli scambi interdisciplinari. In sostanza, si tratta di mettere in relazione il lavoro sugli approcci sperimentali al lavoro condotto sul campo. Le applicazioni sono assai numerose e comprendono, in particolare, i disturbi del linguaggio legati alle malattie neurologiche, all'acquisizione del linguaggio nei bambini e all'apprendimento di nuove lingue.  2 - McNeill (1992). Hand and mind: what gestures reveal about thought. The University of Chicago Press



Conosci il significato dei fiori?

Nell’Ottocento si sviluppò un tipo di comunicazione non verbale che utilizzava i fiori come strumento di espressione nella società. Con gli anni, la florigrafia ha elaborato dei codici di significato per ogni fiore e colore, dando vita ad un vero e proprio linguaggio a cui ancora oggi si fa riferimento per interagire in maniera sottile e discreta. Quali sono i significati dei fiori? Te lo spiega Doctissimo!

Quando nasce la florigrafia?

Conosci il significato dei fiori?
© Thinkstock
Nella cultura Occidentale, già nel Medioevo venivano attribuiti dei significati morali ai fiori più comuni. Col tempo, questa pratica si diffuse talmente che iniziarono ad essere pubblicati libri e collane sull’argomento, che portarono la pratica di attribuire un significato ai fiori in auge in tutto il mondo. L’Ottocento vede l’interesse per i fiori crescere a dismisura, fino quasi a diventare una moda, soprattutto in città come Parigi e Londra. Nei secoli, l’interesse per la florigrafia è andato un po’ scemando, ma rimane una scelta di classe dettata dal galateo regalare un bel mazzo di fiori ad una donna, che non potrà non esserne lusingata.

Il linguaggio dei fiori: piccola guida pratica alle rose

Le rose, soprattutto quelle rosse, sono i fiori più regalati al mondo: ciò dipende dal significato che hanno, rappresentando il sentimento d’amore nella coppia di innamorati. L’immaginario comune vuole che nei film, nei racconti e nelle leggende fosse sempre il mazzo di rose-rosse-a-gambo-lungo a far trasecolare ogni donna che si rispetti. L’aroma e il colore rosso intenso trasmettono da secoli passione e amore impetuoso in quasi tutte le culture del mondo. Le rose rosa rappresentano invece un amore meno focoso, che si avvicina all’affetto; quelle gialle amicizia o, se regalate alla propria compagna, gelosia. La rosa bianca esprime purezza e castità, virtù meno comuni negli anni Duemila ma molto in voga nei secoli passati. La rosa canina indica il piacere e la sofferenza amorosa, quella centifolia è simbolo di grazie e la francese sottende ad una passione travolgente e nascosta agli sguardi indiscreti. La varietà chiamata tea simboleggia gentilezza, mentre quella borraccina la capacità di cadere spesso in tentazione e la muschiata il capriccio. Quando è di colore arancio indica fascino, il color corallo esprime desiderio. Anche l’aspetto delle rose influenza il loro significato: il bocciolo chiuso sta per la riservatezza della virtù femminile, aperta vuol dire impeto della giovinezza e allegria.

Il significato dei fiori più conosciuti

Quando si vuole regalare un mazzo di fiori, è bene fare attenzione al significato che ogni bocciolo possiede, per evitare di fare brutte figure qualora la destinataria sia un’esperta di florigrafia.La viola del pensiero è il simbolo di un ricordo d’amore e va donato solo in circostanze adatte; la primula è il primo fiore che sboccia in primavera e simboleggia, di conseguenza, un amore giovane e spensierato. La lavanda indica diffidenza e poca fiducia nel prossimo, il girasole adulazione e riconoscenza. La zinnia, bellissimo fiore originario del Messico, è l’emblema della semplicità, così come la margherita: entrambe necessitano di poche cure e il loro significato è probabilmente legato a ciò. Il non ti scordar di me, scientificamente myosotis, ha un significato piuttosto evidente e sottende ad un amore puro e sincero. La magnolia da sempre è simbolo di buon auspicio e dignità, elementi che racchiudono anche l’arte della perseveranza, in amore come negli altri contesti. Il glicine, dal caldo colore che ne prende il nome, simboleggia apertura e propensione verso gli altri e l’amicizia. I bellissimi fiori di ciliegio, famosissimi in Giappone, rappresentano soprattutto in questo paese il legame con la tradizione e la tensione verso il futuro e il progresso. In generale, sono simbolo di educazione, amore e passione. I fiori dell’albero di pesco simboleggiano invece un amore immortale, mentre quelli bianchi dell’acacia indicano la speranza nei confronti di un amore ancora platonico e vengono regalati in occasione di un fidanzamento; i fiori gialli della mimosa indicano il pudore e la riservatezza. Le foglie del lauro venivano utilizzate nell’antichità per adornare le teste dei guerrieri tornati vittoriosi dalle battaglie e rappresentano, evidentemente, la gloria e il coraggio. L’orchidea viene accostata alla sensualità e al fascino: veniva considerato un fiore afrodisiaco e utilizzato nei secoli passati per preparare pozioni d’amore o bevande che facilitavano la fertilità. Il giglio è il fiore orientale dell’innocenza, della purezza e della virtù femminile preservata; quando viene regalato ad una donna significa che se ne riconosce la nobiltà e la fierezza. Il crisantemo, da tutti conosciuto come fiore comune nei camposanti, in Giappone viene utilizzato nei matrimoni (la variante rossa rappresenta l’amore), in Inghilterra è il fiore donato in occasione delle nascite; in ogni caso, il crisantemo rappresenta la pace. Il bel garofano rosso è simbolo di ammirazione e gloria, quello bianco di amore e di purezza, l’iris invece è il fiore con il significato più antico, che affonda le radici nella mitologia greca. Veniva associato alla figura di Iride, la messaggera degli Dei, e nei secoli il suo significato è rimasto invariato. Il gelsomino, il cui profumo invade ogni ambiente in cui viene posto, racchiude in sé la gioia e il desiderio d’amore; i fiori della camomilla, simili a delle margheritine, rappresentano la capacità di cavarsela nelle situazioni avverse con un atteggiamento paziente e sereno. La calla, dalla forma particolare, è il simbolo per eccellenza di raffinatezza e di nobiltà d’animo. Quando viene regalata, si vuole esprimere ammirazione per la bellezza della persona che si ha davanti e il grande rispetto che si nutre per essa. Il significato del tulipano non è evidente per tutti: sorprende infatti quando si scopre che i Persiani lo consideravano simbolo di amore eterno e ne regalavano dei mazzi (nella variante color rosso) per dichiararsi alle loro donne. Quello giallo rappresenta sempre l’amore ma nella sua accezione più travagliata: la leggenda vuole che questo fiore sia nato dal sangue di un innamorato che si suicidò in seguito ad una delusione d’amore. Nei secoli il significato dei fiori è rimasto invariato, restando poi uno dei doni più belli da ricevere per una donna. Bastano alcuni semplici accorgimenti per non sbagliare nella scelta del bocciolo e ricorda, i fiori si possono regalare a tutte le età e anche agli uomini! Una moda, questa, piuttosto recente ma i signori maschi assicurano di gradire anche loro un messaggio espresso in questo modo raffinato e discreto. Non resta che… dirlo con un fiore!




Come si rompe un’amicizia?

Eravate inseparabili, nei momenti belli e in quelli brutti! Ma ecco che il rapporto volge al termine, senza preavviso e senza speranza di negoziazioni. La rottura di un’amicizia è spesso dolorosa. Si può evitare? E come riprendersi quando è inevitabile? Intervista allo psichiatra Stéphane Clerget.
Come si rompe un'amicizia?
© Thinkstock
Kant definiva l’amicizia “l’unione di due persone legate da un uguale, reciproco amore e rispetto”. Il mito dell’amico per la vita è destinato a durare. “A volte si tratta di un doppio, di un altro sé a cui teniamo sempre di più in un’epoca incerta come la nostra”, aggiunge Stéphane Clerget, autore di “Comment avoir de vrais amis”(“Come avere veri amici”). Ciò che rende un’amicizia eterna, o ciò che invece conduce alla sua fine, spesso rimane un mistero. Alcuni rapporti sopravvivono contro ogni aspettativa e nonostante la mancanza di contatti per lunghi periodi, altri invece si dissolvono a seguito di un contatto troppo stretto. Tuttavia è possibile riconoscere i segnali precursori di una rottura e affrontarla quando arriva il momento.

L’assenza davanti alla difficoltà

“Quando ho perso mia madre in un incidente, la mia amica Gabriella ha preso le distanze. Da allora ci vediamo molto meno”, si rammarica Amanda, 35 anni. In questa situazione ci sono varie piste da esplorare. “Forse ci si è illusi sulla qualità dell’amicizia”, sostiene Stéphane Clerget. Quando manca la reciprocità, un evento difficile può far luce sulla vera natura del rapporto.  “È nel momento del bisogno che si vedono i veri amici”, recita un vecchio adagio. Un’altra eventualità è che “l’amico in questione non sa cosa fare quando le cose vanno male”, prosegue il pedopsichiatra. Si tratta di situazioni molto più diffuse di quanto si pensi ed è meglio tenerne conto. Parlarne senza per forza aspettarsi un cambiamento da parte del proprio amico, può contribuire a rendere il legame durevole.

I legami si sono allentati

Di solito un’amicizia nasce perché si hanno interessi in comune e si condividono gli stessi gusti. “All’inizio l’ossessione di Giulio per i fumetti mi divertiva, ma in seguito mi è sembrata puerile, persino noiosa”, ammette Federica, 29 anni. Certe amicizie possono finire “a causa dell’impossibile esigenza di far coincidere gli interessi, e per il vano tentativo di ritrovarsi nell’altro”, osserva la filosofa americana Annette Baier.  Succede anche che la cellula familiare o professionale prenda il sopravvento sulla sfera delle amicizie. Evolvere non rappresenta un problema di fondo in sé. La vera questione è come mantenere il legame, con il rischio di diventare estranei l’uno per l’altro. “Andare in vacanza insieme, fare sport, uscire e naturalmente festeggiare i compleanni è fondamentale”, assicura Stéphane Clerget. Altrimenti il legame s’indebolisce. 

L’amicizia-passione

Come in amore, anche nell’amicizia possono esserci colpi di fulmine. “Io e Marina condividevamo gioie e dolori. La tata che dava buca, un tradimento del marito, e l’altra accorreva”, ricorda Michela, 40 anni. In questi casi si ha l’impressione di aver trovato l’anima gemella. “Questa passione reciproca è estremamente rassicurante, ci si sente più forti”, sottolinea Stéphane Clerget.  In realtà, anche questi rapporti simbiotici sono molto fragili. Un semplice disaccordo in un momento particolare può trasformarsi in tradimento... Come è successo a Michela: “Quando Marina ha divorziato io e marito l’abbiamo vista spesso, per consolarla. Ma non ho sopportato la sua femminilità esacerbata. La mia ammirazione si è trasformata in gelosia...”. Tagliare i ponti allora è un gesto impulsivo che spesso trova incomprensione.

Riprendersi in 3 mosse

Ecco tre consigli per riprendersi dopo la rottura di un’amicizia:
  • Accettarla
Una fase di vita pericolosa, tanto più che la perdita di un amico non è riconosciuta dalla società. Ritrovarsi KO a causa di un dispiacere d’amore è accettabile, la stessa cosa non vale per un dispiacere d’amicizia. “Invece non bisogna banalizzare lo shock della rottura, né sminuirlo”, raccomanda Stéphane Clerget. Non ignorare il dolore. Condividilo con qualcuno a te vicino, alchimizzalo. Scrivi, balla! La nostra società, a disagio con la tristezza, ci spinge a voltare subito pagina. Ma non è così!
  • Non buttare via tutto
La tentazione di fare tabula rasa a volte è forte. “Questo significherebbe amputare un’intera parte della tua vita”, avverte Stéphane Clerget. Più in là, con il senno di poi, sarai felice di aver conservato foto, regali, momenti belli e brutti... L’amicizia è un processo vivo che per definizione evolve. La saggezza vorrebbe che il cambiamento nell’altra persona venisse accettato. Se puoi, cerca di non giudicare tutta la storia sapendo come è andata a finire, solo in questo modo potrai “innamorarti” di nuovo.
  • Sfuggire alla sensazione di aver fallito
Spesso la rottura è vissuta con un sentimento di fallimento. Ma questo vuol dire dimenticare che l’amicizia si costruisce in due. Non esserti accorta che stava finendo non significa che sei tu l’unica responsabile. D’altro canto, ogni rottura ha un senso. Cercare di penetrarne il mistero è legittimo, ma non sempre ci soddisfa. “In nome dell’amicizia puoi anche chiedere delle spiegazioni, ma queste non sempre ti saranno date. E se te le dessero potrebbero apparirti bizzarre”, sostiene il pedopsichiatra. Non ti sei per forza sbagliata, è solo un capitolo che si chiude... in attesa che se ne apra un altro!
Catherine Maillard



Smettila di rovinarti la vita!

"Non valgo niente", "a nessuno frega nulla di me", "è sempre colpa mia"… Spesso e volentieri ci chiudiamo in certi schemi mentali, finendo per ripetere instancabilmente gli stessi errori. Ma è possibile uscirne, afferma la Dott.essa Stéphanie Hahusseau, psichiatra e autore di "Comment ne pas se gâcher la vie"(Come non rovinarsi la vita. n.d.t.). Doctissimo ti riporta i suoi insegnamenti.

Doctissimo:

Smettila di rovinarti la vita!
© Thinkstock
Nel suo libro, identifica molti schemi capaci di rovinare la vita (colpevolezza, carenza affettiva, mancanza di riconoscenza, ecc.). Come ha trovato questi schemi?

Dott.essa Hahusseau:

A partire dai lavori di Jeffrey Young e dalla mia esperienza clinica. Infatti, sono sentimenti di grande dolore che molto spesso fanno soffrire i pazienti che incontro. Lo schema dell’abbandono (carenza affettiva) è estremamente frequente. Tra i miei pazienti ci sono prevalentemente donne (75%) ma il fatto ch’io sia una donna è probabilmente un espediente; l’età varia tra i 25 e i 55 anni e rappresenta un fattore che aiuta. Infatti, crescendo, le persone vivono esperienze di ripetizione e arrivano a prendere coscienza del fatto che non sono solo le circostanze esteriori a generare il loro malessere. Quanto alle categorie professionali, sono presenti un pò tutte.  Ad onor del vero, va sottolineato che su questi schemi ci sono ancora pochi, o addirittura  inesistenti, studi. D’altra parte si tratta di un progetto sul quale io e un mio collega stiamo ancora lavorando.

Doctissimo:

Ci può dare qualche esempio pratico della maniera in cui questi schemi possono realmente rovinare la vita di qualcuno?

Dott.essa Hahusseau:

Le conseguenze possono essere di tipo professionale (assenza per malattia, passività, violenza), amoroso (insoddisfazione sia da single che in coppia, scelta di compagni «tossici»…), familiare (tentativo di guarire le proprie ferite proiettandole sui figli o ripetizione diretta di ciò che ci ha fatto soffrire da più giovani) e amichevole (pochi o nessun amico, amici "che ci sfruttano", amici che ci fanno soffrire)…

Doctissimo:

Nel suo libro, sottolinea l’importanza dei genitori nella realizzazione pratica di questi schemi. Si originano sempre nell’infanzia?

Dott.essa Hahusseau:

Come dico spesso, l’educazione non è la sola responsabile. Si è geneticamente predisposti a sviluppare uno di questi schemi, ma gravi eventi esterni possono giocare un ruolo importante o ad esempio il posto occupato in famiglia, tra fratelli… E’ comunque vero, bisogna ammetterlo, che lo schema sembra costituirsi nei primi dieci anni di vita, ovvero durante l’infanzia




Genitori-figli: un legame psicofisico profondo

Un genitore farebbe qualsiasi cosa per un figlio e il suo stato d’animo ha un enorme peso nella vita di una madre o di un padre. Una ricerca statunitense ha dimostrato che le condizioni psicofisiche di un figlio influenzano notevolmente quelle dei suoi genitori, sia positivamente che negativamente.

Il benessere di un genitore dipende da quello di suo figlio

Il legame genitori-figli
© Thinkstock
Nella città di Philadelphia, stato dell’Indiana – USA, un team di ricercatori della Purdue University ha condotto uno studio su un campione di 633 genitori e i rispettivi 1251 figli compresi tra la maggiore età e i 33 anni. I dati raccolti hanno mostrato come anche se la prole raggiunge la piena maturità fisica e psicologica, i genitori subiscono lo stato di salute psicofisico dei figli. Un uomo o una donna affermati, con un lavoro, dei figli e una vita piena di impegni rassicurano il papà o la mamma e ogni genitore esaminato (tra i 40 e i 60 anni) mostra stati di forte stress quando viene a conoscenza di una situazione particolarmente difficile in cui suo figlio può trovarsi (divorzio, precarietà economica, dipendenza da droghe). Viceversa, la terza età viene vissuta in maniera decisamente più serena se il figlio vive a sua volta un’esistenza felice e appagante. Questa empatia è frutto di un istinto che tiene uniti genitori e figli con un legame indissolubile, che perdura anche quando ormai i primi sono anziani e avrebbero loro stessi bisogno di cure e attenzioni. Inoltre, i risultati della ricerca non variano in base alla vicinanza o lontananza della prole: il trasferimento in un’altra città o la convivenza sotto lo stesso tetto non influisce affatto sugli effetti riscontrati sui genitori, che sentono il legame col proprio figlio sempre molto forte.

Il legame genitori/figli

Solo quando i figli crescono si rendono conto di quanto sia difficile essere un buon genitore: è il mestiere più difficile del mondo ma ammetterlo è altrettanto complicato. Sfortunatamente, non esistono corsi nelle scuole che insegnino come tirare su un bambino e il buon senso scarseggia da tempo. Nonostante ciò, seguire il proprio istinto è fondamentale, così come cercare di fare del proprio meglio; l’affetto nei confronti di un figlio va dimostrato e utilizzato per crescerlo, non c’è metodo migliore. Quando si diventa genitori, lo si resta per tutta la vita e i risultato raccolti  dalla ricerca americana non stupiscono: la Dottoressa Karen Fingerman, specializzata in psicologia, ha sottolineato inoltre come la risoluzione di conflitti (generazionali o di altra natura) tra genitori e figli è indispensabile per il benessere di entrambi, soprattutto di mamma e papà. Affrontare il tempo che passa sarà molto più semplice se si ha una serenità d’animo data solo dall’affetto reciproco.  

I dati della ricerca sul benessere dei genitori e dei figli

I risultati dello studio (e presentato al convegno della American Psychological Association) non lasciano dubbi: su 10 genitori che hanno avuto un figlio che a sua volta ha affrontato un qualsiasi tipo di problema nell’anno precedente, 7 sono stati colpiti da problemi di salute più o meno gravi. Coloro il cui figlio era stato capace di affermarsi in campo lavorativo, sociale o affettivo erano in buona salute; i genitori che avevano anche un solo figlio problematico (mentre i suoi fratelli o sorelle conducevano una vita più serena) presentavano disturbi fisici e psicologici di rilievo e quando i figli ad avere difficoltà sono due, lo stato di salute dei genitori si aggrava in maniera esponenziale. Il presidente della Società australiana di psicologia, Bob Montgomery, afferma che questo fenomeno può essere spiegato facilmente: i genitori sentono sempre la responsabilità di accudire i propri figli e di aiutarli a risolvere i loro problemi, anche quando sono adulti e in grado di farlo da soli. Questo senso di protezione nei confronti della prole è istintivo e viene guidato dalle leggi della natura ma Montgomery afferma che ad un certo punto della vita è necessario che i genitori si mettano da parte e lascino che i figli commettano i loro errori e facciano le loro scelte. Più facile a dirsi che a farsi. Genitori non si nasce e non è sempre facile percorrere una strada giusta nell’educazione dei figli: anche se è naturale che i loro gesti influiscano sulla vita dei genitori, è bene cercare di distaccarsi per non compromettere la propria salute già delicata per l’incalzare inesorabile del tempo. L’empatia e il sostegno sono importanti ma se si ama un figlio è giusto lasciarlo vivere a modo suo e sperare che abbia sempre una buona dose di fortuna e di buonsenso. Un giorno sarà lui ad occuparsi dei suoi genitori ed è necessario che compia un percorso che lo faccia crescere in tutti i sensi. Abbiate fiducia nelle sue capacità.


Violenza sulle donne: il femminicidio

Vittime di compagni gelosi, le donne sono sempre più spesso al centro della cronaca per storie di violenza fisica e sessuale, omicidio, persecuzione e stalking. Nessuno può negare che, a livello sociale, si è assistito negli ultimi anni ad un incremento dei casi di violenza nei confronti proprio del gentil sesso, così come ci illustrano quotidianamente tg e giornali. Da cosa nasce tutta questa violenza? Che cos’è il femminicidio?

Le donne e la violenza

La violenza sulle donne
© Thinkstock
Dal punto di vista sociale, la violenza sulle donne viene considerata un tipo di violenza di genere, in quanto diretta al sesso femminile in quanto tale. In ambito giuridico, la violenza sulle donne è giudicata come una violazione dei diritti umani, aggravata dal fatto che sia diretta ad un sesso specifico considerato più indifeso. La casistica mostra come i maltrattamenti, gli stupri, le percosse e la persecuzione siano messi in atto quasi mai da estranei: i colpevoli sono spesso mariti, compagni, familiari e amici, come poi succede nei casi di violenza sui minori, ovvero da persone con le quali esiste un legame di natura affettiva. L’Istat ha reso noti alcuni dati raccolti da un’indagine condotta nel 2006: una donna su tre dichiara di essere stata vittima di violenza almeno una volta nella vita e la maggior parte dei casi si trattava di percosse, seguite da violenza sessuale e carnale, ad opera del partner o del marito. In questi casi, più del 90% delle vittime non ha denunciato il suo carnefice, anche se la percentuale rimane la stessa anche quando è un estraneo a infliggere la violenza. Durante la XX edizione dello Human Rights Council, tenutosi a Ginevra, Rashida Manjoo, relatrice speciale per le Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha elaborato i dati italiani ed è giunta alla conclusione che il nostro paese ha ancora molta strada da fare per estirpare questo problema sociale. Quello che c’è da sradicare, secondo la Manjoo, è la cultura maschilista di cui l’Italia si caratterizza soprattutto nelle zone meno ricche e poco industrializzate, in cui la donna deve ricoprire determinati ruoli e sottostare alle decisioni del partner o del genitore. Il nodo della questione, come sottolineato nell’incontro di Ginevra, è l’incapacità di denunciare l’accaduto: sentendosi sottomesse, le donne non riescono a prendere il coraggio a due mani e far valere i propri diritti, anche quando sono vittime di violenza. Nemmeno lo Stato si mostra rassicurante: la gran parte delle donne italiane ha dichiarato che, denunciando il proprio carnefice, non si sentirebbe protetta né dalle leggi né dalle forze dell’ordine e preferisce, di conseguenza, tacere per non trovarsi situazioni ancora più spiacevoli.

Il femminicidio: che cos'è?

La variabile imprevista dei casi di violenza di genere è rappresentata dal femminicidio. Il neologismo, coniato dalla specialista e studiosa della violenza femminile Diana Russel, è entrato a far parte del linguaggio comune da quando la cronaca ha portato alla luce i sempre più numerosi casi di donne uccise dai partner e dai consanguinei. Negli ultimi decenni, il numero delle morti tra la popolazione femminile è cresciuto, soprattutto in quei paesi dell’Est in cui è più forte la cultura della superiorità maschile, come la Cina, e in cui il femminicidio si declina in diverse forme. Si va dall’aborto coatto se la donna aspetta una bambina all’omicidio della ragazza qualora sia scampata all’interruzione di gravidanza quando ancora era nel grembo materno. In Occidente, il femminicidio sta ad indicare quei crimini (meno cruenti di quelli sopracitati) che vedono coinvolte le donne, uccise per mano di un uomo e, spesso, a causa della gelosia. La cronaca ci racconta ogni giorno di madri, mogli o figlie alla quale viene tolta la vita per aver compiuto delle azioni giudicate “imperdonabili”, come lasciare un partner e aver messo in cattiva luce il nome di una famiglia in vista. Nei primi quattro mesi del 2012, le vittime di femminicidio sono state più di 50 in Italia. Molti sono gli appelli, le iniziative e le organizzazioni che si occupano di far conoscere una piaga sociale silenziosa eppure così estesa. Perché accade tutto ciò? La gelosia, intesa come un insano istinto di possessione che si traduce in atti estremi, spinge gli uomini a voler controllare la vita della propria compagna e non riescono ad accettare l’idea di perderla per nessuna ragione al mondo. Da qui, il volerle precludere qualsiasi contatto col mondo esterno, arrivando anche ad ucciderla se necessario. Se sei vittima di violenza, non tacere e denuncia la persona che ti fa del male. Scopri a chi chiedere aiuto e a chi rivolgerti per trovare sostegno psicologico grazie alle dritte di Doctissimo.

“Per gelosia, ha detto, come dicono in tanti. Ma "la gelosia" non è la causa. La causa è il modo di stare al mondo di questi uomini. Considerano la donna un territorio da possedere, da occupare, e infine, da bonificare. Nessuno di questi tre  verbi ha a che fare con l'amore”.
Roberto Saviano




Sei vittima di violenza? Ecco a chi puoi chiedere aiuto

Negli ultimi anni si è assistito ad una aumento dei casi di violenza di genere, in particolare sulle donne, sempre più spesso vittime di stalking, persecuzioni, violenze fisiche, sessuali e psicologiche. Per iniziare a sconfiggere questo fenomeno, bisognerebbe muoversi nel senso di una politica che punisce i colpevoli, i quali a loro volta, però, devono essere denunciati dalle loro vittime. Queste, comprensibilmente, temono per la loro incolumità e non sono motivate a portare alla luce cosa gli accade per paura di essere giudicate in maniera negativa o per timore di non essere adeguatamente protette dalle istituzioni.

Chiedi aiuto

Violenza: a chi rivolgersi?
© Thinkstock
Già negli anni Settanta, subito dopo il boom del femminismo e della riacquisizione del diritto ad essere donne emancipate e indipendenti, sono nati i primi centri di assistenza per tutte quelle donne vittime di violenze e abusi di qualsiasi natura. Le case di accoglienza femminile e i centri antiviolenza specifici che offrono assistenza sia psicologica che legale, in Italia, comparvero una ventina d’anni più tardi ma sono presenti in maniera capillare sul territorio. Doctissimo ha selezionato alcuni link per te: Casa delle donne, con sede a Bologna. Il centro risponde al numero 051-333173 e si occupa di assistenza alle donne vittima di violenza attraverso colloqui telefonici, gruppi di sostegno, consulenza e possibilità di essere accolte in rifugi durante il duro percorso di denuncia e risoluzione delle situazioni a rischio. C’è la possibilità, per le donne assistite in loco, di portare con sé i propri figli in strutture organizzate e attrezzate per i minori in questione. Inoltre, il centro offre una vasta documentazione per stesura di tesi o report sull’argomento della violenza. ASSOCIAZIONE AIUTO DONNA, Onlus con sede operativa a Bergamo. Il sito è fruibile in sette lingue e risponde al numero 035-212933. L’associazione offre consulenza economica, fisica e psicologica anche grazie ad un’equipe formata da educatori, psicologi, legali e assistenti sociali in grado di sostenere a 360° tutte coloro che sono vittima di violenza. Negli anni, l’associazione ha provveduto ad organizzare delle iniziative atte a diffondere un tipo di informazione mirata alle donne che non hanno la forza di denunciare i propri aguzzini; convegni, mostre, corsi e pubblicazioni sono alcuni dei progetti promossi a livello sia locale che nazionale, tanto da aver ricevuto nel 2006 un attestato da parte del comune di Bergamo per benemerenza civica. CADMI, con sede a Milano. L’associazione nasce negli anni Ottanta, con l’obiettivo di offrire assistenza completa alle donne vittima di violenze fisiche, psicologiche e sessuale. Mettendo a disposizione strutture per l’accoglienza, la Onlus riesce ad ospitare a tempo determinato coloro che vogliono allontanarsi dalle situazioni di abuso, anche portando con sé i propri figli. Il centralino risponde al numero 02.55015519 e, anche quando il centro è chiuso, viene garantito un servizio di segreteria telefonica attivo 24h su 24. Il CADMI, oltre al sostegno pratico di esperti legali, psicologi e assistenti sociali, offre un servizio di mediazione culturale molto importante in una realtà italiana sempre più multietnica. Tra le iniziative promosse dal CADMI, ricordiamo l’ATAV - Action Teenagers Against Violence, che si è proposto di diffondere informazioni e dati importanti anche nelle scuole, luoghi ideali per raggiungere adolescenti e ragazzi vittime di abusi. D.i.Re., di Roma. Nella capitale ha sede la Casa Internazionale delle Donne, che si traduce in questa Onlus, a sua volta contenitore di ben 60 associazioni che si occupano di violenza di genere. Il carattere operativo della Di.Re è sia assistenziale che politico e persegue l’obiettivo di promuovere azioni e progetti mirati ad una trasformazione dell’Italia a livello sociale nei riguardi della presa di coscienza del problema, partendo proprio dall’impegno politico in tal senso. W.A.V.E., che opera a livello europeo. La sede si trova a Vienna, in Austria, e ha promosso una delle iniziative più importanti a livello sociale, il progetto Daphne, tradotto in Lotta contro la violenza nei confronti dei bambini, degli adolescenti e delle donne. L’iniziativa è arrivata al suo terzo stadio di esecuzione ed esiste ormai dal 2007; Daphne è stato creato grazie alla decisione n. 779/2007/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 20 giugno 2007 , che “istituisce per il periodo 2007-2013 un programma specifico per prevenire e combattere la violenza contro i bambini, i giovani e le donne e per proteggere le vittime e i gruppi a rischio (programma Daphne III) nell’ambito del programma generale Diritti fondamentali e giustizia”. Rete Nazionale Antiviolenza, cliccando, si trovano tutti i contatti delle organizzazioni e delle associazioni che si occupano di violenza di genere in ogni città d’Italia. Il Dipartimento per le pari opportunità, che gestisce il sito, ha istituito inoltre una linea diretta di ascolto e consulenza che risponde al numero 1522. Rete Lilith: sito è un contenitore molto ricco della documentazione disponibile e aggiornata su violenze e abusi. Esso mira a valorizzare e diffondere tutto il patrimonio culturale e statistico del fenomeno della violenza di genere. Farsi aiutare è possibile. Bastano pochi click.




Riprendi in mano la tua vita

Quanto tempo è passato senza che te ne accorgessi, quante volte aspetti che la nostalgia passi da sola, quanti giorni combatti contro la tristezza di una vita che non è quella che sogni ma sei bloccato tra ciò che eri e l’immagine di ciò che sei diventato che cozza con quella, oramai confusa, di ciò che volevi essere. Prima di mandare all’aria la quotidianità che hai faticosamente costruito giorno dopo giorno per poi magari pentirtene, hai provato a riconciliarti con te stesso? Doctissimo ti spiega come fare per riscoprirti più forte di prima.
Riprendi in mano la tua vita
© Thinkstock
Se hai l’impressione di restare sempre al punto di partenza ma chiudere la porta per lasciare il mondo fuori dalla stanza non basta per risolvere i tuoi problemi, non aspettare che la soluzione piova dal soffitto. Da oggi fai in modo che le cose cambino, tu sei la chiave di volta e l’unica persona su cui contare per ricominciare.

Per ricominciare bisogna partire o ripartire?

Fingersi felici di una vita che non è come la si vuole è lo sbaglio più grosso che si possa commettere. L’errore generalmente è accompagnato dalla paura di prestare orecchio alla voce interiore che rimane il più delle volte inascoltata perché ci mette di fronte alla verità e alla necessità del cambiamento. Luogo comune da sfatare è che per ricominciare bisogna necessariamente prendere una valigia in mano è partire. La partenza non è sempre la soluzione giusta: spesso, specie quando si parte senza prima aver risolto i dissidi interiori, si rischia di aggravare il malessere altrove, pensando ancora una volta di aver sbagliato il tempo e il luogo. Per ripartire prima di partire bisogna vivere il “qui e ora”, lasciando che il passato non tolga le energie o che ci si proietti solo sul futuro dimenticando di vivere il presente e perdendo di vista se stessi e i propri obiettivi.

Cosa mi trattiene? Cosa mi attrae?

Per trovare la soluzione al dilemma restare o andare, poniti un quesito e rispondi sinceramente mettendo in discussione tutto quanto: cosa ti trattiene e cosa ti attrae? Stilata la classifica dei motivi per cui vale la pena restare e quella per cui è il momento di partire, dovrai condurre un’analisi quanto più razionale su te stesso per capire qual è il nodo del problema, da quando hai iniziato a soffrire e perché tutto ciò è successo. Non fissarti su pensieri del tipo che tu attrai la sfiga, che il tuo destino è irrimediabilmente segnato dall’infelicità e che al ristorante l’ennesima pizza bruciata o l’ordinazione sbagliata siano il segno divino che tu debba andar via. Quando non si vive bene, si ha come l’impressione che ogni cosa sia sbagliata o generi sofferenza.

La paura dell’incerto e delle responsabilità

Partenza non è sinonimo di riuscita, così come rimanere non fa necessariamente rima con fallimento.  Ritrovare la felicità non è un procedimento immediato ma ci si può riuscire partendo dalla consapevolezza di voler cambiare le cose con tutti i rischi e le responsabilità che questa scelta comporta. Responsabilità è la parola chiave: è più semplice farsi consigliare da parenti e amici delegando ad altri la scelta della strada da seguire. È più semplice farsi compatire che rimboccarsi le maniche e ricominciare da capo o da dove si è interrotto il percorso che avrebbe condotto all’equilibrio psico-fisico. Sei tu il solo che ha la facoltà di dare una svolta alla tua vita e per farlo devi imparare a capire ciò che vuoi veramente, riappropriandoti delle emozioni e della tua identità.

Dal dubbio alla decisione

Rimanere col dubbio che la tua vita potrebbe essere migliore, non è né positivo né costruttivo. Ma se prendere una decisione ti paralizza è importante capire cosa sta alla base del tuo blocco. In genere si tratta dei condizionamenti esterni come ad esempio il giudizio degli altri, o di paure legittime: puoi temere di non essere forte abbastanza, di non essere all’altezza della situazione, che questo possa trasformarsi in un fallimento. Tutti questi dubbi sono alimentati dal contesto sociale che, magari inconsciamente, incide sul tuo stato d’animo già provato. Se un cambiamento radicale è impensabile per te in questo momento, comincia dalle piccole cose. Accetta la quotidianità e scopri le carte in tavola: ci sono persone che ti mettono ansia, gelosia? Allontanale. Ci sono situazioni che ti fanno star male? Evitale. Impara a dire no e a focalizzarti su te stesso. Solo quando sarai convinto delle tue capacità, riuscirai a saltare l’ostacolo e non più aggirarlo come fai adesso.

È la direzione giusta?

Qualsiasi decisione si prenda è sempre anticipata e seguita da un dubbio opprimente: è la decisione giusta? È quella la direzione? Ma anziché brancolare nel buio e porti quesiti perdi-tempo, accendi il lume che è in te e impara ad avere obiettivi. Nella vita gli obiettivi contano, senza questi sei una bandiera al vento e non puoi seguire una direzione, non puoi lottare per qualcosa. Gli obiettivi possono riguardare la meta da raggiungere, i desideri da realizzare, gli ambiziosi ma non impossibili sogni nel cassetto. Per prendere consapevolezza dei tuoi obiettivi, impara a compilare una lista, proprio come quando stili la lista della spesa. Ci sono obiettivi che avranno la priorità e ti darai un tempo per raggiungerli, altri potranno aspettare e saranno anch’essi dei traguardi a testimonianza del tuo valore. Giorno dopo giorno chiarirai quali sono gli obiettivi della tua vita e, avendo uno scopo, la direzione da seguire si delineerà spontaneamente.

Vivi da comparsa o da protagonista?

Le cose cambiano solo se lo vuoi; a volte il cambiamento sta solo nel punto di vista e nel modo in cui ti approcci alla vita. Smettila di demonizzare capri espiatori inesistenti, di lottare contro fantasmi o mulini a vento e  di scegliere le scorciatoie. È importante vivere una vita da protagonisti e non da comparsa come fai ora. Nessuno ha detto che è semplice ma, anche quando il risultato è incerto, a volte è più giusto accollarsi il rischio che vivere in una prigione invisibile. Il cambiamento costruttivo richiede ingegno, impegno, sacrificio e un’attenta pianificazione.

Scrivi la tua storia

Urla se sei arrabbiato, piangi se ne hai voglia, ridi senza motivo e ritrova le passioni dimenticate. Il denaro, il lavoro, gli amici non devono essere il centro della tua vita perché essendo soggetti esterni provocano in te l’ansia di dovere sempre provare o fare qualcosa per qualcuno in una corsa disperata che non ti lascia fiato. Solo la consapevolezza di conoscere te stesso ti permetterà di vedere e vivere il mondo come un luogo paradisiaco.  Pensa a te prima che agli altri perché se stai bene tu anche gli altri staranno bene con te e i rapporti creati saranno più sinceri e maturi. Fai in modo che tu sia al centro della tua vita e trova l’equilibrio che ti farà dire “sono una persona felice” perché tu hai gli strumenti per scrivere la tua storia, non preoccuparti delle innumerevoli volte in cui sarai costretto a ripartire e a ricominciare, tu vai avanti. Quando avrai capito chi sei e cosa vuoi veramente, non importa a che età, sarai veramente pronto per riprendere in mano la tua vita e trasformarla in quella che hai sempre desiderato.




Essere quello che gli altri vorrebbero che noi fossimo, ha senso?

Essere quello che gli altri vorrebbero - il parere dell'esperto
© Thinkstock


Vorrei parlare del concetto di maschera sociale, quella che Jung chiama Persona, la cui etimologia antica significa , appunto, maschera, intesa come immagine non autentica. Questa componente della personalità matura con la scolarizzazione, a partire dai 5/6 anni di età e si struttura fino alla prima età adulta. Si tratta di una istanza fondamentale senza la quale non potremmo rapportarci con gli altri e avere un adattamento alle situazioni esterne sufficiente, che ci consenta di vivere. Tuttavia, quando si vive esclusivamente la Persona,  rispondendo alle richieste di adeguamento alle necessità della collettività e dal contesto familiare, della nostra “prima “ società con cui dobbiamo fare i conti da vicino ogni giorno, e dal frutto di questa, la nostra educazione, si perde la propria autenticità.  Di essere unico e irripetibile, e per questo straordinario. Emerge  quindi, a un certo punto, la necessità di allentarsi dalle richieste sociali, di rifiutare almeno in parte il ruolo che ci è stato assegnato per non soffocare del tutto l’impulso alla crescita di diventare individui. Ma l’individuo appare scomodo agli occhi della società: con le sue richieste personali, individuali, opposte dunque al collettivo, il cui obiettivo è di produrre certezze, dare sicurezze, sostenere i più deboli, fungere da grande madre protettrice. Tutto questo appare come una bestemmia per chi sa che il mondo è sempre stato insicuro e sempre lo sarà , senza vere certezze se non quelle del proprio valore come essere umano, dal cui benessere e dal cui equilibrio individuale parte, prolifica e ha ragione di esistere il benessere collettivo del mondo.



Ancora sul perché siamo qui, viviamo questa vita

Perché siamo qui? - il parere dell'esperto
© Thinkstock


Sempre sul filo del senso che diamo alla vita, vorrei soffermarmi su un concetto a cui tengo molto: il Processo di Individuazione. Secondo lo psicologo analitico C. G.Jung, il Processo di Individuazione è volto a capire fino in fondo ciò che siamo e per quale scopo superiore siamo chiamati a vivere in questo luogo e in questo momento della storia. In tutti sussiste una sana spinta a realizzare se stessi. Spinta che noi tutti abbiamo alla nascita, in quanto archetipica, ossia appartenente al bagaglio di comportamenti con cui ogni uomo viene al mondo. Spinta che Jung ha chiamato archetipo del Sé, e che per qualche ancora ignota ragione alcune persone tra di noi hanno la capacità di seguire, ma che, di fatto, appartiene a tutti in quanto potenziale.  Alcuni valori interiori appaiono però indispensabili: innanzitutto la coerenza interiore, quella dei fatti dentro di noi, ben più difficile da attuare, spesso accusata dal mondo di incoerenza, ma infinitamente più autentica di quella esteriore. Poi la generosità di dare: a se stessi e agli altri, nel porsi un obiettivo più grande di noi e di cercare di raggiungerlo, lasciando che il fato e la provvidenza, provvedano, appunto, affinché si attui ciò che è dato accadere. Ma soprattutto il coraggio, che mi piace definire “ morale”, e la forza dell’Io, quella misteriosa entità che ci rende flessibili alle circostanze, rimanendo tuttavia integri, e ci fa procedere nella vita.



Qualche riflessione in più sul cambiamento

Il cambiamento - il parere dell'esperto
© Thinkstock


Ancora sul cambiamento. Quando il cambiamento diventa una necessità ineluttabile, che non può non essere presa in considerazione ? Solitamente quando gli eventi esterni non ci danno scelta, quando si è realmente costretti. Troppo spesso, però, si travisa il significato di ciò che ci sta accadendo: l’occasione del cambiamento, del riscatto di una vita spesa aderendo esclusivamente a una maschera sociale fatti di ruoli e obblighi che a un certo punto della nostra vita appaiono vuoti. Ecco che la grande occasione, con la g maiuscola, è data a tutti, ma sotto spoglie mentite e la si stenta a riconoscere: è un’improvvisa patologia del corpo, il disagio della mente dell’attacco di panico, il trauma di un abbandono, la bancarotta finanziaria, il lutto per una grave perdita affettiva. Si tratta di occasioni meravigliose di crescita per affrontare il cambiamento sempre rimandato o misconosciuto. L’unico modo per far superare tutto questo è coglierne il significato profondo, ascoltando il dio che viene a bussare alla nostra porta, come direbbe James  Hillman, psicologo analitico di matrice junghiana di fama mondiale, tuttora vivente: il dio ci chiede di integrare dentro di noi il suo messaggio psicologico per essere persone sempre più complete, capendo e conoscendo un po’ di più se stessi. Ritornerò più in là sul concetto di integrazione degli dei nella nostra psiche, un argomento che mi è molto caro.




Sul significato della vergogna

Sul significato della vergogna - il parere dell'esperto
© Thinkstock


Un recentissimo libro molto interessante di Marco Belpoliti dal titolo “Senza vergogna” (Ugo Guanda editore) mi dà l’occasione di introdurre questo argomento sul quale stavo facendo una serie di riflessioni personali proprio in questo periodo. Per amore di definizioni e per intenderci sui concetti, la vergogna è un’emozione profonda, che nasce da un senso di inadeguatezza interna, che a sua volta affonda le radici nel senso di umiliazione che si è vissuta, spesso, molto precocemente, confrontandosi con il mondo. Ed è tanto più profonda quanto più il tratto narcisistico è marcato e l’ideale di Sé alto, scaturendo così una dinamica di perdita di autostima a fronte dell’intaccamento della propria immagine. Belpoliti introduce il concetto di narcisismo, necessariamente legato alla vergogna, e, lui sottolinea, anche al senso di colpa, ponendo come archetipo principale di questa dinamica, appunto, la figura mitologica di Narciso, dove è la società a fungere da specchio di una riuscita in termini economico-mondani, accreditando così il senso del successo/fallimento della propria esistenza alla materialità. Dice inoltre che il senso viene accuito dalla cultura occidentale della quale siamo permeati in questi decenni, dove ogni cosa è possibile e raggiungibile, grazie alla “forza di volontà”, altro mito moderno di una società così narcisistica che ha perso con il senso della vergogna e anche la sua controparte speculare, il pudore. Il libro, naturalmente è molto più ricco, e vi invito a una sua lettura.






  • Se-montrer-moins-emotif_diaporama_550
  • Oser-refuser_diaporama_550
  • Accepter-de-ne-pas-etre-d-accord_diaporama_550

  • Gagner-en-sex-estime_diaporama_550
  • Lacher-la-bonne-image-de-soi_diaporama_550
  • Retrouver-le-contact-avec-soi_diaporama_550

Basta farsi calpestare!

A volte hai la sensazione di non riuscire a farti rispettare? Mentre fai la fila, ti passano davanti come se non esistessi? Nel quotidiano, così come nei rapporti di coppia o di lavoro, capita di dover sgomitare per farsi sentire. Se hai l’impressione di essere spesso calpestata, è arrivato il momento di reagire. Ecco qualche suggerimento su come fare per importi, se necessario!
Catherine Maillard




Ancora sul daimon: conoscere il suo linguaggio

Ancora sul daimon: conoscere il suo linguaggio - il parere dell'esperto
© Thinkstock


Il linguaggio del daimon è simbolico, visivo, prescinde in parte dalla razionalità, va interpretato, accolto, amplificato. A volte non è così intelligibile, o si può ridurre a quello che sembra. Porterò qui il mio esempio, l’unico per il quale ho la certezza in quanto l’ho vissuto e lo sto vivendo. Da bambino volevo cambiare le lampadine nei lampioni nelle strade. Mi affascinava vedere quegli uomini che salivano trionfali sulla piattaforma aerea, sembrava volassero, toccando quasi il cielo. Non ho un ricordo nitido, preciso: così me lo racconta mia madre. Avrei potuto, certo, fare quel mestiere, o altro che mi consentissi di salire in alto, su una qualche piattaforma. Ma il senso è quello di voler fare luce, di illuminare un percorso, una strada, dove gli uomini potessero procedere più sicuri, sapendo dove stessero mettendo i piedi. Volevo illuminarli dall’alto, essere l’artefice di questo processo: io volevo cambiare le lampadine che non funzionavano, che non producevano luce, dovevo illuminare. Sembrava così essere segnato il percorso di psicoterapeuta. E salire in alto: avrei potuto voler illuminare diversamente, con altri mezzi. La salita in alto corrisponde il desiderio di avvicinarsi al cielo, vicino a Dio o all’Olimpo degli dei. Per Jung, l’incontro con il Sé, che si attua in terapia, con la conoscenza di noi stessi, con la parte più profonda e immanente, corrisponde, nell’uomo, alla percezione di Dio al proprio interno. E con Dio degli dei, gli archetipi di cui parlo spesso. Non a caso la strada e il percorso intrapreso e da proseguire è quello secondo il pensiero junghiano.




martedì 1 ottobre 2013

Belli dentro e fuori


Moda, bellezza, la società contemporanea e il culto dell'apparenza. Ma per essere belli fuori, è necessario sentirsi bene con se stessi e belli dentro.

Dieci suggerimenti per riconciliarsi con se stessi

Il tuo corpo non ti piace più tanto? Ne vedi solo i difetti? Doctissimo ti da dieci suggerimenti per riconciliarti con te stessa(o).
Riconciliarsi con se stessi
© Jupiter
I complessi sono innanzitutto una questione di testa! Prima di metterti nelle mani di un chirurgo, prova a seguire i consigli seguenti:

Tu sei bella! … o bello!

Accettata il tuo fisico e soprattutto amati! Chi l'ha detto che il fatto di non corrispondere ai criteri stabiliti da un pugno di produttori hollywoodiani non fa di te una persona seducente? Ciò non t'impedisce di avere un coniuge, degli amici che ti apprezzano. Scordati di questo naso che trovi troppo grande: ti dicono tutti che hai dei begli occhi!

Basta autocommiserarsi!

Non attribuire tutti i tuoi guai ai tuoi complessi. Non è la cellulite che ti ha fatto perdere il lavoro! E se fosse il caso, tanto meglio: la gente che non sa apprezzare le tue qualità e si limita a fornire falsi pretesti, non ti merita! E soprattutto smetti di dire che sei troppo in un modo e non abbastanza in un altro… A forza di ripetertelo finirai col crederci!

Serviti della parola!

Confidati! Parla con la persona di cui ti fidi ciecamente. Domandale un parere sincero.
Se dovesse riconoscere in te questo o quel difetto, o non è così amica come credevi oppure è troppo onesta.

Scambiatevi i difetti!

Domanda ai tuoi amici se non abbiano qualche difetto che vorrebbero correggere… Vedrai che tutti hanno qualcosa di cui crucciarsi … e che tutti ci convivono senza problemi!

Distenditi sul divano…

Se i tuoi complessi ti rovinano veramente l'esistenza, non esitare a consultare uno specialista. Uno psicologo o uno psichiatra possono aiutarti a ritrovare fiducia in te stessa.

Seleziona i tuoi amici

Sappi circondarti di persone che ti amano veramente, per quello che sei. Evita i criticoni e quelli che cercano di sminuirti. Se necessario, fatti dei nuovi amici… Le buone amiche che ti sbattono in faccia commenti del tipo: "Non saresti un po’ ingrassata?"; sono davvero delle amiche?

Conta le tue qualità

Fatti una lista delle tue qualità: senso dell'umorismo, onestà, efficacia… Vedrai che sei un tipo in gamba! Se necessario, conserva la lista a portata di mano per consultarla in caso ti sentissi veramente depressa.

Smettila di pesarti!

Smettila di volere dimagrire! Vuoi davvero somigliare a una modella anoressica.
Sicuramente, il tuo peso è perfetto (per verificarlo, calcola sul nostro sito il tuo Indice di Massa Corporea). Se non è proprio così, inizia una dieta seria, con l'aiuto di un nutrizionista.

Riprenditi il tuo corpo!

Ritrova le tue sensazioni e fatti contenta! Non esitare ad andare al bagno turco (vedrai che nessuno è perfetto) e concediti una seduta di massaggi. Non rinunciare a un buon pasto di tanto in tanto.

Un nuovo guardaroba

Prova a metterti in ghingheri tutto l'anno. Se prima non scegli dei vestiti che ti stanno bene e ti valorizzano, come vuoi piacerti? Butta via senza rimorso tutto ciò che ti fa sembrare infagottata, fa" un po" di shopping, scegliendo colori vivaci.

Rimetti i piedi a terra!

Sii realista! Smetti di paragonarti alle star dei rotocalchi! Guarda gli esseri umani "normali" che ti circondano! La gente reale non ha una bellezza più vera? Luc Blanchot



Dismorfofobia: la bruttezza immaginaria!

Non ti senti bello o bella, hai la sensazione che la gente ti trovi brutto… No, non sei il brutto anatroccolo della fiaba. E questa visione deformata del tuo corpo e dello sguardo degli altri sembra proprio una malattia: la dismorfofobia. Leggi qui, prima di pronunciarti a favore della chirurgia estetica o di chiuderti in casa…
La dismorfofobia
© Jupiter
Ti senti orribile, e malgrado le tecniche e le strategie messe in atto, ti è impossibile guadagnare dei punti nella classifica della tua autostima? E se fosse solo una questione di testa?

La paura di se stessi

Come il suo nome lo indica, la dismorfofobia è una fobia, ma che non ha nulla a che vedere con le vertigini, i serpenti o i ragni. In questo caso, ciò che fa paura in maniera irragionevole, è il proprio corpo. Naturalmente, ci facciamo tutti, prima o poi, qualche complesso con il nostro peso, la nostra statura, il nostro naso un po" lungo, il seno troppo piccolo o troppo grosso… Ma il problema è quando tutto questo diventa un'ossessione. Tale parte o tal'altra diventa in effetti difforme agli occhi della persona, che si tratti del naso, delle natiche, del seno… Essa si persuade che gli altri non vedano nient'altro che questo, che ne parlino a sua insaputa, ecc. Non passerà un solo giorno senza che pensi a questa parte "ignobile" de se stessa. Al punto che tutto ciò diventa un vero e proprio handicap sociale.  Peraltro, l'anoressia è una forma radicale di dismorfofobia: qualunque sia il suo peso, l'anoressica è sempre convinta di essere troppo grassa, e di dovere dimagrire.

Gli adolescenti in prima linea

Chi è più affetto da questo disturbo della visione di sé? Non si conosce esattamente la proporzione della popolazione affetta da questo male, ma degli studi americani avanzano la cifra di una persona su 50 che farebbe una fissazione sul proprio fisico.  Questa malattia colpirebbe soprattutto gli adolescenti e i giovani adulti.  Le cause di tale disturbo sono ancora poco conosciute. Si tratta di un'ansia che trova espressione nella focalizzazione su una parte del corpo.  La dismorfofobia è spesso associata ad altri disturbi psicologici: depressione, disturbi del comportamento alimentare, disturbi maniaco-depressivi, ansia, disturbi ossessivo - compulsivi e altre fobie (in particolare, l'agorafobia).

Il trattamento adatto

No, il principale trattamento contro la dismorfofobia non è la chirurgia estetica. Perché il problema si situa dentro, e cambiare all'esterno non risolverà nulla. Nel peggiore dei casi, la persona troverà il risultato ancora più orribile. Nel migliore, il problema si sposterà su un'altra parte del corpo. Il trattamento di riferimento è ovviamente la psicoterapia. Ma la preoccupazione principale è convincere il malato che ha bisogno di consultare uno psicologo! Perché per lui, il problema fisico è perfettamente reale e non immaginario! Chiedere aiuto a un generalista per facilitare la presa di coscienza può rivelarsi utile. Superata questa tappa, la terapia permetterà di venire a capo della malattia. A questo proposito, le terapie comportamentali e cognitive hanno dato prova della loro efficacia; Talvolta, possono essere prescritti dei trattamenti farmacologici (antidepressori).    E al termine di qualche mese di terapia, l'autostima rifarà capolino, e i difetti immaginari partiranno via… Alain Sousa



Metti in risalto le tue differenze!

Hai difficoltà ad accettare alcuni dei tuoi difetti? Non vai d'accordo con il tuo fisico? A forza di polarizzare le tue piccole imperfezioni, le accentui. Qualche consiglio per ribaltare la situazione e fare delle tue "differenze" il tuo punto forte!
Metti in risalto le tue differenze!
© Jupiter
Se prendiamo a modello l'aspetto delle top-model, ci possiamo considerare tutti quanti dei mostri! Come immaginare di sedurre quando hai un colorito giallastro da epatitico, una capigliatura smorta, un neo là dove non vorresti, delle rotondità che rasentano l'obesità o al contrario una magrezza da fare paura? Ma le modelle, in realtà, non sono poi così belle come ce lo fanno credere le immagini! Per fortuna, sono truccate e illuminate! Per fortuna, anche le loro foto vengono ritoccate…

L'ultima spiaggia: la chirurgia estetica

Metti in valore le tue differenze! Bisogna farsi trapiantare delle protesi di silicone per arrotondarsi il seno o delle natiche troppo piatte, esporsi ai raggi ultravioletti per mantenere un'abbronzatura da vacanzieri, procedere alla liposuzione per fare sparire i cuscinetti di grasso superflui, farsi accorciare il naso per non farsi chiamare "Pinocchio" o farsi rimodellare il viso per somigliare a una star? Perché no, ovviamente! Tutte queste tecniche permettono a ciascuno e a ciascuna di ridisegnare il proprio corpo a volontà, Eppure, non c'è bisogno di un chirurgo per migliorare la propria immagine! Anche se a volte l'aiuto di un professionista della bellezza ti può aiutare a metterti in valore, esistono altre soluzioni oltre allo scalpello!

Stile, pettinatura e trucco

Le riviste femminili adorano trasformare l'aspetto di giovani donne dal fisico ordinario, affidandole alle cure dei professionisti della moda. Gli abiti, il taglio e il colore dei capelli, il fondotinta e l'ombretto bastano a rendere un fisico attraente, pur riconoscendogli la sua originalità. Perché questi professionisti hanno saputo cogliere i dettagli da mettere in valore, che si tratti del colore degli occhi (grazie al trucco e al colore dei vestiti), la forma del viso (con la pettinatura), le forme del corpo (con tessuti attillati), la linea delle gambe (con le scarpe)… Anche tu, se vuoi dimenticare i tuoi complessi, puoi riuscire la tua metamorfosi! La tua fortuna, è che la moda del prêt-à-porter ti lascia una grande libertà: per esempio, se sei alta e magra, scegli una gonna lunga: ti darà un'aria romantica. Invece, per una bassina un po" robusta andranno meglio un abito corto e delle scarpe coi tacchi!

Essere attore della propria anatomia

Sei proprietario(a) del tuo corpo, e come tale, sei il solo (la sola) a poter campare dei diritti su di esso. Accetta di essere fisicamente la persona che sei, invece di soffrirne.  Non è vietato fare una dieta o irrobustirsi la muscolatura. Ma impara anche a guardarti e diventa fantasioso(a) invece di passate il tempo a voler nascondere la tua anatomia.  Per esempio, solleva la fronte e datti un'aria decisa, sorridi invece di essere imbronciato(a): vedrai, cambia tutto! E per quanto riguarda queste rotondità che tanto ti preoccupano, guarda come certe donne le mettono in valore! E questo neo che credi ti imbruttisca? Nel diciassettesimo secolo, ci si incollava sul viso la "mosca", un finto neo che somigliava tanto a questa macchia bruna che non ti piace… Mettilo dunque in risalto con un maquillage chiaro!   In breve, assumi ciò che prendi per difetti, e che, di fatto, ti rendono diverso(a) dagli altri: è la particolarità di un individuo che gli da un suo fascino, molto di più del conformarsi a uno standard! Marianne Chouchan
Pubblicato il 04/05/2010






Ho la testa tra le nuvole e allora?

Se hai la testa fra le nuvole, sei maldestro e disorganizzato… Sappi che non è una cosa negativa, al contrario! Essere distratti può essere una carta vincente. Parliamone con Colette Becquart, autrice del libro "Tête en l'air, moi? J'assume !" ("Testa tra le nuvole, io? Lo riconosco!", N.d.T.).
Ho la testa tra le nuvole e allora?
© Thinkstock
Essere distratti, in un’epoca in cui essere sempre al top è d’obbligo, è un po’ come la timidezza, si cura come se fosse una malattia! Infatti, dal punto di vista dei "non distratti", chi ne "soffre" si mette in situazioni complicate, perde tempo a cercare un oggetto smarrito (cose essenziali, ad esempio le chiavi) o pronuncia frasi sbagliate al momento sbagliato. Perché i distratti si dimenticano di contare fino a dieci prima di parlare. Li si riconosce facilmente perché hanno la testa altrove e spesso non sono organizzati. Alcuni sono addirittura i maestri delle gaffe. E se invece di curare la "testa fra le nuvole", se ne cercassero dei lati positivi? Ricordiamoci che l’organizzazione e il controllo a oltranza hanno un prezzo.

Topografia della distrazione

"La distrazione è ereditaria?" domanda Colette Becquart all’inizio della sua opera. Non esistono prove scientifiche. Ad ogni modo, Colette ha avuto un buon esempio da suo padre, colpito anche lui dalla distrazione. Lei ne ha sofferto? Non che si ricordi. Uno studio approfondito del "gene" della distrazione, da lei ha ereditato, le ha permesso di studiarlo più da vicino. Le crisi sembrano derivare da forti situazioni di stress… ma soprattutto da momenti di felicità. "E’ come se alla felicità si aggiungessero momenti di vuoto", precisa Colette. All’improvviso, il distratto perde il filo… Colette ha notato anche che situazioni di stress non si addicono ai distratti che si astraggono subito dal presente. E’ per questo che si dice che hanno la testa fra le nuvole e, di conseguenza, sono vittime di mille disavventure. Dietro questa distrazione si cela il forte bisogno di diversirsi e di rilassarsi in momenti di forte stress, in cui altre persone avrebbero reagito cercando di prendere il controllo della situazione.

I lati positivi

"La risata è la mia compagna di avventure", ci confida la nostra irriducibile distratta. Per forza di cose, quando abbiamo la testa altrove, le gaffe fanno presto ad arrivare. Certo, all’inizio sono gli altri che ridono delle disavventure. "Nonostante tutto, non ho mai incontrato persone che fossero veramente arrabbiate o aggressive con me per quello che avevo fatto", sottolinea Colette Becquart. Stranamente, il distratto attira più risate che cattiverie, sicuramente perché non l’ha fatto apposta e perché è il primo a subirne le conseguenze. Dal suo canto, tale figura dà spazio alla fantasia in un momento in cui il controllo assoluto, il management e l’importanza del rendimento lo impediscono. Vera e propria fonte di ossigeno in un ambiente talvolta limitato, egli svolge un importante ruolo di valvola di sfogo, in un mondo in cui vivere sotto pressione è diventata la norma.

La soluzione: accettarsi!

Sicuramente non è semplice, perché la distrazione provoca spesso situazioni sgradevoli. "In quel momento ci si sente un po’ stupidi", ammette Colette Bequart. Il suo comportamento induce inevitabilmente a identificarla come qualcuno che non vede al di là del suo naso, o, peggio, come qualcuno sul quale non si può fare affidamento. Da un punto di vista lavorativo, i distratti sono raramente presi dul serio e hanno una cattiva reputazione. Risultato: si applicano molto, a volte troppo, ma senza ottenere risultati positivi. Come reagire? "Relativizza invece di piangerti addosso!", propone Colette Becquart. Infatti, le conseguenze sono raramente drammatiche,  ma sconvolgono l’ordine delle cose in un mondo già prestabilito. Bisogna dare invece credito ai distratti, in quanto sovente più flessibili e creativi delle altre persone. Inoltre, costoro sono abituati ai cambiamenti in quanto hanno spesso a che fare con imprevisti. Se questa non è una qualità!
Catherine Maillard



Il desiderio di cambiamento: fuga o rinascita?

Cambiare... lavoro, compagno, condizione di vita! Talvolta ci capita di svegliarci una mattina con un desiderio di cambiamento che non ci abbandona più. Tuttavia, prima di placare questa sensazione, è consigliabile fare il punto della situazione. Cambiare sì, ma comprendere per quali ragioni e in che modo attuare il cambiamento.
Il desiderio di cambiamento
© Thinkstock
I nostri desideri di cambiamento si aprono talvolta un varco attraverso il cuore della nostra vita professionale, sentimentale e anche nella nostra quotidianità. Un ennesimo imbottigliamento nel traffico mentre ci rechiamo al lavoro o un sopruso, un pensiero ricorrente che ci martella dentro la testa e che ci dà la sveglia la mattina... ed eccoci navigare in Internet per seguire le offerte di lavoro o leggere gli annunci immobiliari per affittare una casa vicino al mare. Una volontà di cambiamento che percepiamo nitidamente, ma che è importante valutare per capire se non si tratti di un'ennesima fuga ma piuttosto di un mezzo per evolvere.

I segnali premonitori

Quando la misura è colma, diversi sono i sintomi a indicare un errore di rotta e un certo qual malessere. Compaiono anzitutto segnali isolati, tra cui mal di schiena, emicrania e gastriti che non ci danno tregua. Quando viene meno la vitalità, quella di cui abbiamo bisogno per affrontare l'intera giornata, sopraggiungono alcune modifiche del comportamento, come altrettanti segnali che è bene non sottovalutare. Una certa stanchezza, il venir meno di un entusiasmo, un'immagine incompleta di noi stessi… Di fronte a tutto questo, la parola d'ordine è reagire!

Un desiderio di evoluzione

Oggi il cambiamento è all'ordine del giorno, tanto più perché sembriamo aver raggiunto una soglia critica in diversi ambiti: ecologici, relazionali o addirittura professionali. Resta il fatto che il cambiamento fine a se stesso non porta a grandi risultati. Diventare vegetariani o andare in Canada ad aprire una pizzeria ha senso solo se corrisponde a un autentico desiderio interno. "Possiamo desiderare di cambiare perché cozziamo contro alcuni limiti che pensiamo di poter allontanare o perché cerchiamo di vivere un maggior numero di esperienze positive", spiega Vanessa Mielczareck, coach e formatrice per le Risorse umane. Si tratta quindi di una rimessa in discussione che ci indica di essere giunti al termine di un ciclo e che non esistono nuove prospettive. Il cambiamento riguarda, quindi, il nostro mondo interiore, come un richiamo che ci invita a trasformare noi stessi

Coraggio, fuggiamo!

Accade anche che i nostri desideri di cambiamento ruotino attorno all'idea che altrove l'erba sia più verde. "È possibile individuare questo desiderio quando scopriamo di voler a tutti i costi cambiare l'altra persona o l'ambiente in cui viviamo, piuttosto che noi stessi. In qualche modo, è come negare la responsabilità che possiamo avere nelle situazioni frustranti che si verificano", spiega Vanessa Mielczareck. In questi casi, attribuiamo la responsabilità di tutte le nostre difficoltà a una terza persona, che consideriamo l'origine di tutti i nostri problemi. Il desiderio di cambiamento si articola attorno a una fuga, come reazione di fronte a una situazione percepita come insopportabile, ma totalmente subita. Si corre, quindi, il rischio di perpetuare la stessa situazione, sia in un nuovo contesto lavorativo o di vita personale e di sperimentare lo stesso tipo di difficoltà. Per individuare meglio le proprie motivazioni, la coach è perentoria: "Scoprite se avete tendenza a criticare o a giudicare additando tutti gli aspetti negativi e ricordate che il cambiamento è una porta che si apre verso l'interno, prima ancora di attuarsi all'esterno".



La festa della donna

Nel 1910 venne istituita la prima Giornata della donna durante il congresso dell'Internazionale socialista a Copenaghen. Occorre però attendere l'anno successivo per vedere realizzata la prima ufficiale prova della Giornata internazionale della donna. La data esatta venne scelta negli anni seguenti di comune accordo tra le rappresentanti dei vari stati coinvolti ed è tuttora però sconosciuto il motivo di tale scelta nonostante si faccia risalire la data ad un incendio in una fabbrica tessile di New York avvenuto nel 1911.
La festa della donna
© Thinkstock
In tutto il mondo diventò la giornata in cui le donne scendevano nelle piazze per reclamare i propri diritti e ricordare le compagne morte sul lavoro o durante le manifestazioni. Non mancano le polemiche, come ogni anno, tra i due fronti della manifestazione: le donne che ritengono giusto celebrare questa giornata e quelle che invece la vorrebbero abolire. Le motivazioni per abolire questa festa sono ragionevoli e sensate, prima fra tutte l'idea che la donna debba essere celebrata ed onorata ogni giorno ed anche il fatto che festeggiare le tragedie in cui morirono tante donne sia di cattivo gusto. Dall'altra parte invece, nella fazione del si, l'idea è quella di promuovere in questa giornata tutte quelle richieste necessarie per favorire la vita lavorativa e privata delle donne. Mai come quest'anno, dice la segretaria della CGIL Susanna Camusso, è necessario puntare i riflettori sulla crisi economica che si è abbattuta maggiormente sulle donne ancora costrette a fare a spallate per ottenere un posto di lavoro e che vedono sempre più lontana la possibilità di avere orari compatibili con la vita familiare e la cura dei figli.

Triangel Waist Company, una tragedia collettiva

Perché un avvenimento tragico americano è diventato il simbolo dell'emancipazione femminile a livello mondiale? La risposta è molto semplice, nella fabbrica tessile Newyorkese lavoravano donne e bambine di ogni nazionalità. Le Italiane accertate erano 39 ma altre 10 risultarono ufficialmente disperse. Tra le 146 vittime ufficiali si trovavano donne Americane, Finlandesi, Russe, Tedesche e di tanti altri paesi europei. Donne partite insieme alle famiglie per inseguire il sogno americano e sfuggire alla povertà per poi ritrovarsi a lavorare come schiave chiuse a chiave dentro alle fabbriche. L'incendio viene ricordato l'8 marzo ma in realtà avvenne la sera del 25 marzo 1911. Negli ultimi tre piani del palazzo, nel centro della città, lavoravano circa 500 donne ed un centinaio di uomini. Per essere certi dell'impegno dei lavoratori i proprietari erano soliti chiudere a chiave le porte di ingresso per evitare che qualcuno uscisse dall'edificio durante l'orario di lavoro. L'età media delle lavoratrici era tra i 15 ed i 25 anni con qualche collega più anziana a fare da maestra alle più piccole. Sessanta ore settimanali di lavoro ovviamente sottopagato, straordinari non retribuiti, condizioni di lavoro disumane ed incidenti anche mortali all'ordine del giorno. Quel terribile giorno, 20 minuti prima della fine della giornata, da una prima fiammata si sprigionò un terribile incendio. Il fuoco divorò in un attimo gli ultimi piani del palazzo mentre un fiume di donne terrorizzate tentava di salvarsi raggiungendo l'uscita. Le scale antincendio crollarono quasi subito piegate dal calore e l'ascensore, dopo pochi viaggi, si schiantò al suolo con al suo interno una trentina di donne. Una volta capito che sarebbe stato impossibile uscire dal palazzo le donne si riversarono vicino alle finestre ed iniziarono a saltare giù. Dalla strada la gente terrorizzata urlava loro di non saltare ma le operaie in preda al panico preferirono tentare di sfuggire al fuoco gettandosi nel vuoto che morire arse vive. Le cronache dei giornali dell'epoca sono terribili, raccontano infatti di un mare di corpi a terra sotto al palazzo che impedivano ai pompieri di avvicinarsi con i mezzi. Anche le reti che erano state messe sotto alle finestre cedettero quasi subito sotto al peso delle troppe persone che si lanciavano tutte insieme. Le due immagini simbolo di questa tragedia sono raccontate dal New York Times che racconta dapprima di una coppia ad una finestra che si abbraccia e si scambia un ultimo bacio prima che lui lasci cadere lei nel vuoto e la segua subito dopo. L'altra invece è l'immagine di due bambine che si lanciano per mano cadendo a terra nello stesso istante. Nel processo tenutosi negli anni successivi alla tragedia tutti gli imputati vennero assolti e nessuno ha mai pagato per la perdita di così tante vite umane. Immagini che purtroppo sono vive nella mente di molti di noi pur non avendole viste direttamente perché riportano subito alla mente tutti quei corpi che si lanciavano dai piani più alti delle torri gemelle dopo gli attentati con gli aerei di Al Quaeda.



Impara ad amarti per quello che sei

Non assomigli per niente alle nuove icone di stile che popolano le riviste? Nel tuo ufficio non sei l'impiegata del mese? Poco male! Impara ad amarti per quello che sei. Scopri i consigli di Doctissimo per innamorarti di nuovo di te stessa.
Amati per quello che sei
© Thinkstock
Oggi è difficile realizzarsi e avere fiducia in se stessi: tendiamo spesso a sminuirci, quando a farlo non è il nostro stesso ambiente! Amarsi è quindi uno dei passi fondamentali per cambiare noi stessi, ritrovare l'autostima, aprirsi agli altri ed essere felici. 

Scaccia il tuo avversario interiore

Come sottolinea Martine Teillac nel suo libro S'aimer pour aimer les autres (Amarsi per amare gli altri), è importante eliminare certi errori che ci rendono fragili e minano la fiducia in noi stessi:
  • Basta con le paranoie: non è vero che il tuo vicino ti ha guardato storto o che i tuoi colleghi sparlano alle tue spalle… tutte queste piccole paure irrazionali ti impediscono di dare il meglio di te e di concentrarti su ciò che conta veramente. Il tuo problema è che proietti sugli altri la tua mancanza di fiducia in te stesso.
  • Smetti di drammatizzare: tendi a ingigantire ogni sbaglio o parola di troppo? Tutto sembra concorrere a negare il tuo valore e a metterti in condizione di fallire. Devi smetterla di fare la vittima e uscire dal circolo vizioso in cui ti dibatti
  • Smettila di paragonarti agli altri: spesso il fatto di guardare le qualità del tuo vicino ti impedisce di riconoscere il tuo valore: cerca invece di aguzzare il tuo senso critico e scoprirai che gli altri non sono perfetti come sembrano…

Metti sulla bilancia pregi e difetti

Il problema della mancanza di fiducia in se stessi è che essa esaspera i difetti e maschera le reali qualità. È dunque essenziale imparare a ridimensionare i primi e a riconoscere le seconde. Nel suo libro S'ouvrir à son coeur d'enfant (Riscopri il bambino che è in te), Marie France e Emmanuel Ballet de Coquereaumont propongono un semplice esercizio per individuare le proprie qualità:
1- Scegli un posto tranquillo, senza il telefono, con un foglio e una matita;
2- Respira con calma e profondamente;
3- Quando sei pronta/o, annota 20 delle tue qualità in meno di tre minuti;
4- Una volta trascorso il tempo, qualunque sia il risultato, poniti alcune domande: hai avuto difficoltà? Cosa hai provato di fronte alla lista? Riconoscere l'esistenza di queste qualità ti mette a disagio? Sei convinto di possederle veramente?
Ricomincia da capo l'esercizio finché non sei convinta/o di possedere le qualità che hai annotato. 

Non tradire i tuoi valori

Per essere se stessi è importante imparare a conoscere e non tradire i propri valori ed evitare quindi di imporsi delle regole di comportamento in contraddizione con essi. Ad esempio, se sei profondamente altruista, ti sentirai di certo più realizzata/o lavorando nella sfera del sociale piuttosto che nel settore commerciale, dove saresti costretta/o a lottare ogni giorno contro gli altri e contro te stessa/o. Ricorda che si può cambiare il proprio modo di vivere per qualche mese e qualche anno, ma è difficile riuscire a negare all'infinito la propria vera natura. Cerca allora di capire quali sono i tuoi valori più radicati, che non devono essere negoziabili: è questa la base da cui partire per compiere le proprie scelte di vita. 

Non restare ancorata/o al passato

Spesso il nostro vissuto familiare può limitare molto la fiducia in noi stessi. Hai l'impressione che i tuoi genitori non ti abbiano sostenuto abbastanza quando eri bambino o che ti abbiano addirittura frenato? In primo luogo devi convincerti che ognuno cerca di esercitare il proprio ruolo meglio che può: se non hanno fatto molto per accrescere la fiducia in te stessa/o, potrebbero anche essere stati spinti da un desiderio di compensazione e voler riuscire attraverso di te dove hanno fallito. Oppure c'è il caso dei genitori iperprotettivi e soffocanti, con i quali è necessario tagliare il cordone ombelicale. In parole povere, ogni situazione è diversa dalle altre. La cosa fondamentale per acquisire più fiducia in te stessa/o è capire i legami che ti uniscono alla tua famiglia di origine per esserne consapevole senza subirli. Occorre identificare i rapporti parentali e imparare a relazionarvisi decidendo cosa mantenere e cosa gettare via. Ricorda infine che non si impara ad amarsi da un giorno all'altro: occorre procedere a piccoli passi per migliorarsi e costruire la propria personalità.
Alain Sousa




Elogio… dell'autoelogio

All'origine di molti insuccessi c'è la mancanza di autostima: siamo sempre pronti a denigrarci ma molto meno a tessere le nostre lodi. Scopri con noi i vantaggi dell'autoelogio, un approccio poco diffuso che non ha nulla vedere con l'atteggiamento da fanfaroni.
Elogio… dell'autoelogio
© Thinkstock
La nostra epoca è votata alle critiche, non solo quelle che possiamo leggere sulla stampa riguardo alla nostra squadra di calcio o ai nostri politici: anche noi siamo diventati insuperabili nell'autocritica, ma questo atteggiamento non è privo di rischi, poiché a furia di denigrarci operiamo una forma di sabotaggio nei confronti di noi stessi. Ci priviamo infatti di un sostegno prezioso, ovvero il nostro, che invece è fondamentale per la realizzazione dei nostri progetti. Imparare a lodarci ci aiuta a indirizzare il vento a nostro favore e ad aumentare la nostra autostima e la capacità di mettere in moto le nostre energie per realizzarci. 

Io sono il massimo!

"L'autoelogio è una pratica ancestrale che nasce da una tradizione africana chiamata "kasala" e consiste nello scrivere e poi leggere ad alta voce un testo che parla di se stessi", spiega Marie Milis, Docente di Filosofia Morale a Bruxelles e autrice di un libro sull'argomento. Non si tratta di promuovere se stessi o di farsi pubblicità per "vendersi bene" sentendosi obbligati a riuscirci, ma di scrivere un testo in prima persona che invogli chi lo ascolta a dirsi: "Come sono fortunato di conoscerlo!". L'obiettivo fondamentale è quindi smettere di fustigarsi ma riconoscere finalmente la propria grandezza e bellezza, tutto ciò che fa di noi un essere unico al mondo. È una sfida più difficile di quanto non sembri!

Amplifica ma senza mentire

L'esercizio appare semplice nella forma, ma può nascondere delle difficoltà. Marie Milis, che ha ne ha sperimentato i benefici con una classe di studenti prima di un esame e con un gruppo di venditori freschi di laurea, offre due indicazioni generali da seguire per semplificare il compito:
  • L'amplificazione: vietato sentirsi piccoli o "striminziti", pensa in grande. Secondo la professoressa Milis "si tratta di prestare attenzione a ciò che accade in noi (uno stato d'animo momentaneo, una dinamica interiore, una sensazione, una caratteristica...) e di esprimerlo con enfasi, scrivendo ad esempio: "Sono un genio che si nasconde sotto la veste di rassegnate abitudini" o "Sono il sonno in attesa di fantastici sogni dietro il sipario delle palpebre abbassate".
  • Un'altra condizione indispensabile è che tutto deve essere vero, autentico. Inutile mirare a una visione positiva se sei in un periodo buio della tua vita e vedi tutto nero: scrivi pure con tratti neri, ma come fa Pierre Soulages, il pittore "dell'oltrenero", sublimando questo colore.

Allenta il controllo

Ci troviamo spesso tra due fuochi: la mania personale di denigrarci e la pressione sociale che ci spinge a mostrare il nostro profilo vincente attraverso le nostre conquiste e le nostre prestazioni. Entrambe queste pressioni ci rendono fragili, ci allontanano dalla nostra vera natura per farci inseguire dei beni per definizione effimeri. Il conflitto tra essere e avere non smette di imporsi e per far pendere l'ago della bilancia verso l'essere, l'autoelogio si dimostra una strategia efficace, poiché chiede a ciascuno di noi di allentare il controllo e la razionalità, abbandonando ogni tentativo di imprimere un ordine e un'organizzazione alla scrittura e dando libero sfogo alla creatività, all'espressione di sensazioni, piuttosto che all'elaborazione concettuale, anche se brillante. È un po' come dipanare il filo di una matassa. La buona notizia? Non serve molto tempo per scrivere il proprio autoelogio: bastano pochi minuti per evidenziare una delle nostre qualità e scrivere un breve testo al riguardo. Se non trovi l'ispirazione fai una passeggiata nel verde per sostare sotto un albero o vai a visitare un museo. 

Strategie per i tempi moderni

Praticato con regolarità, come una sorta di ginnastica psicologica, l'autoelogio incrementa l'autostima e ti aiuta a riconoscere i tuoi pregi, virtù decisamente utile in tempo di crisi: quando i punti di riferimento vengono a mancare e ci si trova immersi nell'incertezza, guardare a se stessi in modo positivo e creativo può fare da ponte verso un futuro da reinventare e, nella vita quotidiana, può contribuire a dare una sferzata di ottimismo e di dinamismo.
Catherine Maillard






Il massaggio Berbero

Le prime testimonianze di questo massaggio risalgono a tremila anni fa ed è stato tramandato per generazioni dalle donne berbere sino ai giorni nostri. Se ne servivano per prendersi cura del proprio corpo e della propria pelle e appartiene del rituale dell’hammam, famoso grazie ai molti centri specializzati che sono stati aperti anche in Europa. La cultura berbera, quella a cui appartengono i più famosi Tuareg, non deve essere confusa con quella araba classica: i berberi sono infatti un popolo autoctono che vive nel nord dell’Africa e che si è mescolato con molti altri popoli che si sono passati per quelle regioni, come greci, turchi, fenici e romani.

Dove viene praticato il massaggio berbero?

Il massaggio Berbero
© Thinkstock
Generalmente in centri specializzati che posseggono una parte hammam. Quest’ultimo è il luogo dove si svolge il rituale islamico della purificazione del corpo e della mente grazie ad alcune pratiche precise. È praticato tuttora, sia in occidente sia nel mondo musulmano, nel quale possiede una valenza simbolica molto legata alla cultura e alla religione locale.

I prodotti utilizzati per il massaggio berbero

Durante il massaggio berbero viene applicato sulla pelle un olio ricavato da una pianta che cresce esclusivamente nel Souss (una regione a sud ovest del Marocco compresa tra Essaouira ed Agadir) chiamata Argania spinosa, meglio conosciuta come Argan (che nella lingua locale vuol dire “olio”). È ricco di antiossidanti e di vitamina E, un elemento essenziale per la pelle, che risulta più elastica e ringiovanita. È uno tra gli oli più ricchi di acidi grassi insaturi e acido linoleico, dall’alto potere nutritivo per l’epidermide. Il procedimento per ottenerlo dura quasi un giorno intero e per farne un litro si ha bisogno di 100 kg di bacche di Argania.  

Quali sono i benefici del massaggio berbero?

Gli effetti benefici sono il risultato di un insieme di fattori, quali le manovre praticate dalle mani esperte del massaggiatore, l’ambiente e l’atmosfera calda e accogliente che avvolge la persona (per facilitarne il rilassamento) e l’olio di Argan caldo, che contribuisce al rilassamento di mente e spirito.
Il massaggio si svolge in questo modo: innanzitutto bisogna liberare il corpo dalle tossine, quindi è necessario rimanere per qualche minuto nel tepidarium e recarsi poi nel calidarium, dove il vapore favorisce la sudorazione. Dopodichè si pratica un’esfoliazione con un sapone all’olio d’oliva (sapone nero marocchino) e un guanto chiamato Kessa, che prepareranno la pelle a ricevere il massaggio e i benefici dell’olio di Argan. Quindi inizia il vero e proprio massaggio, che dura circa un’ora; può essere fatto sia da una che da due persone allo stesso tempo.  Una delle cose importanti, per questo ma anche per altri tipi di massaggio, è il contatto continuo delle mani sulla pelle. Ciò favorisce il rilassamento della persona che lo riceve, che può quindi abbandonarsi completamente alle sensazioni che prova e rilassarsi.




  • Esci con gli amici
  • 101839034dia
  • 124819740dia

  • 86514811dia
  • AA042320pic
  • 86490061dia

I consigli per rimanere giovani

Vivere meglio e più a lungo? È possibile! L'allungamento dell'aspettativa di vita ha indotto medici e ricercatori, in particolare nell'area anglosassone, a condurre varie ricerche sui meccanismi della longevità. Ecco alcuni consigli tratti dalle loro ricerche scientifiche.