martedì 1 ottobre 2013

Belli dentro e fuori


Moda, bellezza, la società contemporanea e il culto dell'apparenza. Ma per essere belli fuori, è necessario sentirsi bene con se stessi e belli dentro.

Dieci suggerimenti per riconciliarsi con se stessi

Il tuo corpo non ti piace più tanto? Ne vedi solo i difetti? Doctissimo ti da dieci suggerimenti per riconciliarti con te stessa(o).
Riconciliarsi con se stessi
© Jupiter
I complessi sono innanzitutto una questione di testa! Prima di metterti nelle mani di un chirurgo, prova a seguire i consigli seguenti:

Tu sei bella! … o bello!

Accettata il tuo fisico e soprattutto amati! Chi l'ha detto che il fatto di non corrispondere ai criteri stabiliti da un pugno di produttori hollywoodiani non fa di te una persona seducente? Ciò non t'impedisce di avere un coniuge, degli amici che ti apprezzano. Scordati di questo naso che trovi troppo grande: ti dicono tutti che hai dei begli occhi!

Basta autocommiserarsi!

Non attribuire tutti i tuoi guai ai tuoi complessi. Non è la cellulite che ti ha fatto perdere il lavoro! E se fosse il caso, tanto meglio: la gente che non sa apprezzare le tue qualità e si limita a fornire falsi pretesti, non ti merita! E soprattutto smetti di dire che sei troppo in un modo e non abbastanza in un altro… A forza di ripetertelo finirai col crederci!

Serviti della parola!

Confidati! Parla con la persona di cui ti fidi ciecamente. Domandale un parere sincero.
Se dovesse riconoscere in te questo o quel difetto, o non è così amica come credevi oppure è troppo onesta.

Scambiatevi i difetti!

Domanda ai tuoi amici se non abbiano qualche difetto che vorrebbero correggere… Vedrai che tutti hanno qualcosa di cui crucciarsi … e che tutti ci convivono senza problemi!

Distenditi sul divano…

Se i tuoi complessi ti rovinano veramente l'esistenza, non esitare a consultare uno specialista. Uno psicologo o uno psichiatra possono aiutarti a ritrovare fiducia in te stessa.

Seleziona i tuoi amici

Sappi circondarti di persone che ti amano veramente, per quello che sei. Evita i criticoni e quelli che cercano di sminuirti. Se necessario, fatti dei nuovi amici… Le buone amiche che ti sbattono in faccia commenti del tipo: "Non saresti un po’ ingrassata?"; sono davvero delle amiche?

Conta le tue qualità

Fatti una lista delle tue qualità: senso dell'umorismo, onestà, efficacia… Vedrai che sei un tipo in gamba! Se necessario, conserva la lista a portata di mano per consultarla in caso ti sentissi veramente depressa.

Smettila di pesarti!

Smettila di volere dimagrire! Vuoi davvero somigliare a una modella anoressica.
Sicuramente, il tuo peso è perfetto (per verificarlo, calcola sul nostro sito il tuo Indice di Massa Corporea). Se non è proprio così, inizia una dieta seria, con l'aiuto di un nutrizionista.

Riprenditi il tuo corpo!

Ritrova le tue sensazioni e fatti contenta! Non esitare ad andare al bagno turco (vedrai che nessuno è perfetto) e concediti una seduta di massaggi. Non rinunciare a un buon pasto di tanto in tanto.

Un nuovo guardaroba

Prova a metterti in ghingheri tutto l'anno. Se prima non scegli dei vestiti che ti stanno bene e ti valorizzano, come vuoi piacerti? Butta via senza rimorso tutto ciò che ti fa sembrare infagottata, fa" un po" di shopping, scegliendo colori vivaci.

Rimetti i piedi a terra!

Sii realista! Smetti di paragonarti alle star dei rotocalchi! Guarda gli esseri umani "normali" che ti circondano! La gente reale non ha una bellezza più vera? Luc Blanchot



Dismorfofobia: la bruttezza immaginaria!

Non ti senti bello o bella, hai la sensazione che la gente ti trovi brutto… No, non sei il brutto anatroccolo della fiaba. E questa visione deformata del tuo corpo e dello sguardo degli altri sembra proprio una malattia: la dismorfofobia. Leggi qui, prima di pronunciarti a favore della chirurgia estetica o di chiuderti in casa…
La dismorfofobia
© Jupiter
Ti senti orribile, e malgrado le tecniche e le strategie messe in atto, ti è impossibile guadagnare dei punti nella classifica della tua autostima? E se fosse solo una questione di testa?

La paura di se stessi

Come il suo nome lo indica, la dismorfofobia è una fobia, ma che non ha nulla a che vedere con le vertigini, i serpenti o i ragni. In questo caso, ciò che fa paura in maniera irragionevole, è il proprio corpo. Naturalmente, ci facciamo tutti, prima o poi, qualche complesso con il nostro peso, la nostra statura, il nostro naso un po" lungo, il seno troppo piccolo o troppo grosso… Ma il problema è quando tutto questo diventa un'ossessione. Tale parte o tal'altra diventa in effetti difforme agli occhi della persona, che si tratti del naso, delle natiche, del seno… Essa si persuade che gli altri non vedano nient'altro che questo, che ne parlino a sua insaputa, ecc. Non passerà un solo giorno senza che pensi a questa parte "ignobile" de se stessa. Al punto che tutto ciò diventa un vero e proprio handicap sociale.  Peraltro, l'anoressia è una forma radicale di dismorfofobia: qualunque sia il suo peso, l'anoressica è sempre convinta di essere troppo grassa, e di dovere dimagrire.

Gli adolescenti in prima linea

Chi è più affetto da questo disturbo della visione di sé? Non si conosce esattamente la proporzione della popolazione affetta da questo male, ma degli studi americani avanzano la cifra di una persona su 50 che farebbe una fissazione sul proprio fisico.  Questa malattia colpirebbe soprattutto gli adolescenti e i giovani adulti.  Le cause di tale disturbo sono ancora poco conosciute. Si tratta di un'ansia che trova espressione nella focalizzazione su una parte del corpo.  La dismorfofobia è spesso associata ad altri disturbi psicologici: depressione, disturbi del comportamento alimentare, disturbi maniaco-depressivi, ansia, disturbi ossessivo - compulsivi e altre fobie (in particolare, l'agorafobia).

Il trattamento adatto

No, il principale trattamento contro la dismorfofobia non è la chirurgia estetica. Perché il problema si situa dentro, e cambiare all'esterno non risolverà nulla. Nel peggiore dei casi, la persona troverà il risultato ancora più orribile. Nel migliore, il problema si sposterà su un'altra parte del corpo. Il trattamento di riferimento è ovviamente la psicoterapia. Ma la preoccupazione principale è convincere il malato che ha bisogno di consultare uno psicologo! Perché per lui, il problema fisico è perfettamente reale e non immaginario! Chiedere aiuto a un generalista per facilitare la presa di coscienza può rivelarsi utile. Superata questa tappa, la terapia permetterà di venire a capo della malattia. A questo proposito, le terapie comportamentali e cognitive hanno dato prova della loro efficacia; Talvolta, possono essere prescritti dei trattamenti farmacologici (antidepressori).    E al termine di qualche mese di terapia, l'autostima rifarà capolino, e i difetti immaginari partiranno via… Alain Sousa



Metti in risalto le tue differenze!

Hai difficoltà ad accettare alcuni dei tuoi difetti? Non vai d'accordo con il tuo fisico? A forza di polarizzare le tue piccole imperfezioni, le accentui. Qualche consiglio per ribaltare la situazione e fare delle tue "differenze" il tuo punto forte!
Metti in risalto le tue differenze!
© Jupiter
Se prendiamo a modello l'aspetto delle top-model, ci possiamo considerare tutti quanti dei mostri! Come immaginare di sedurre quando hai un colorito giallastro da epatitico, una capigliatura smorta, un neo là dove non vorresti, delle rotondità che rasentano l'obesità o al contrario una magrezza da fare paura? Ma le modelle, in realtà, non sono poi così belle come ce lo fanno credere le immagini! Per fortuna, sono truccate e illuminate! Per fortuna, anche le loro foto vengono ritoccate…

L'ultima spiaggia: la chirurgia estetica

Metti in valore le tue differenze! Bisogna farsi trapiantare delle protesi di silicone per arrotondarsi il seno o delle natiche troppo piatte, esporsi ai raggi ultravioletti per mantenere un'abbronzatura da vacanzieri, procedere alla liposuzione per fare sparire i cuscinetti di grasso superflui, farsi accorciare il naso per non farsi chiamare "Pinocchio" o farsi rimodellare il viso per somigliare a una star? Perché no, ovviamente! Tutte queste tecniche permettono a ciascuno e a ciascuna di ridisegnare il proprio corpo a volontà, Eppure, non c'è bisogno di un chirurgo per migliorare la propria immagine! Anche se a volte l'aiuto di un professionista della bellezza ti può aiutare a metterti in valore, esistono altre soluzioni oltre allo scalpello!

Stile, pettinatura e trucco

Le riviste femminili adorano trasformare l'aspetto di giovani donne dal fisico ordinario, affidandole alle cure dei professionisti della moda. Gli abiti, il taglio e il colore dei capelli, il fondotinta e l'ombretto bastano a rendere un fisico attraente, pur riconoscendogli la sua originalità. Perché questi professionisti hanno saputo cogliere i dettagli da mettere in valore, che si tratti del colore degli occhi (grazie al trucco e al colore dei vestiti), la forma del viso (con la pettinatura), le forme del corpo (con tessuti attillati), la linea delle gambe (con le scarpe)… Anche tu, se vuoi dimenticare i tuoi complessi, puoi riuscire la tua metamorfosi! La tua fortuna, è che la moda del prêt-à-porter ti lascia una grande libertà: per esempio, se sei alta e magra, scegli una gonna lunga: ti darà un'aria romantica. Invece, per una bassina un po" robusta andranno meglio un abito corto e delle scarpe coi tacchi!

Essere attore della propria anatomia

Sei proprietario(a) del tuo corpo, e come tale, sei il solo (la sola) a poter campare dei diritti su di esso. Accetta di essere fisicamente la persona che sei, invece di soffrirne.  Non è vietato fare una dieta o irrobustirsi la muscolatura. Ma impara anche a guardarti e diventa fantasioso(a) invece di passate il tempo a voler nascondere la tua anatomia.  Per esempio, solleva la fronte e datti un'aria decisa, sorridi invece di essere imbronciato(a): vedrai, cambia tutto! E per quanto riguarda queste rotondità che tanto ti preoccupano, guarda come certe donne le mettono in valore! E questo neo che credi ti imbruttisca? Nel diciassettesimo secolo, ci si incollava sul viso la "mosca", un finto neo che somigliava tanto a questa macchia bruna che non ti piace… Mettilo dunque in risalto con un maquillage chiaro!   In breve, assumi ciò che prendi per difetti, e che, di fatto, ti rendono diverso(a) dagli altri: è la particolarità di un individuo che gli da un suo fascino, molto di più del conformarsi a uno standard! Marianne Chouchan
Pubblicato il 04/05/2010






Ho la testa tra le nuvole e allora?

Se hai la testa fra le nuvole, sei maldestro e disorganizzato… Sappi che non è una cosa negativa, al contrario! Essere distratti può essere una carta vincente. Parliamone con Colette Becquart, autrice del libro "Tête en l'air, moi? J'assume !" ("Testa tra le nuvole, io? Lo riconosco!", N.d.T.).
Ho la testa tra le nuvole e allora?
© Thinkstock
Essere distratti, in un’epoca in cui essere sempre al top è d’obbligo, è un po’ come la timidezza, si cura come se fosse una malattia! Infatti, dal punto di vista dei "non distratti", chi ne "soffre" si mette in situazioni complicate, perde tempo a cercare un oggetto smarrito (cose essenziali, ad esempio le chiavi) o pronuncia frasi sbagliate al momento sbagliato. Perché i distratti si dimenticano di contare fino a dieci prima di parlare. Li si riconosce facilmente perché hanno la testa altrove e spesso non sono organizzati. Alcuni sono addirittura i maestri delle gaffe. E se invece di curare la "testa fra le nuvole", se ne cercassero dei lati positivi? Ricordiamoci che l’organizzazione e il controllo a oltranza hanno un prezzo.

Topografia della distrazione

"La distrazione è ereditaria?" domanda Colette Becquart all’inizio della sua opera. Non esistono prove scientifiche. Ad ogni modo, Colette ha avuto un buon esempio da suo padre, colpito anche lui dalla distrazione. Lei ne ha sofferto? Non che si ricordi. Uno studio approfondito del "gene" della distrazione, da lei ha ereditato, le ha permesso di studiarlo più da vicino. Le crisi sembrano derivare da forti situazioni di stress… ma soprattutto da momenti di felicità. "E’ come se alla felicità si aggiungessero momenti di vuoto", precisa Colette. All’improvviso, il distratto perde il filo… Colette ha notato anche che situazioni di stress non si addicono ai distratti che si astraggono subito dal presente. E’ per questo che si dice che hanno la testa fra le nuvole e, di conseguenza, sono vittime di mille disavventure. Dietro questa distrazione si cela il forte bisogno di diversirsi e di rilassarsi in momenti di forte stress, in cui altre persone avrebbero reagito cercando di prendere il controllo della situazione.

I lati positivi

"La risata è la mia compagna di avventure", ci confida la nostra irriducibile distratta. Per forza di cose, quando abbiamo la testa altrove, le gaffe fanno presto ad arrivare. Certo, all’inizio sono gli altri che ridono delle disavventure. "Nonostante tutto, non ho mai incontrato persone che fossero veramente arrabbiate o aggressive con me per quello che avevo fatto", sottolinea Colette Becquart. Stranamente, il distratto attira più risate che cattiverie, sicuramente perché non l’ha fatto apposta e perché è il primo a subirne le conseguenze. Dal suo canto, tale figura dà spazio alla fantasia in un momento in cui il controllo assoluto, il management e l’importanza del rendimento lo impediscono. Vera e propria fonte di ossigeno in un ambiente talvolta limitato, egli svolge un importante ruolo di valvola di sfogo, in un mondo in cui vivere sotto pressione è diventata la norma.

La soluzione: accettarsi!

Sicuramente non è semplice, perché la distrazione provoca spesso situazioni sgradevoli. "In quel momento ci si sente un po’ stupidi", ammette Colette Bequart. Il suo comportamento induce inevitabilmente a identificarla come qualcuno che non vede al di là del suo naso, o, peggio, come qualcuno sul quale non si può fare affidamento. Da un punto di vista lavorativo, i distratti sono raramente presi dul serio e hanno una cattiva reputazione. Risultato: si applicano molto, a volte troppo, ma senza ottenere risultati positivi. Come reagire? "Relativizza invece di piangerti addosso!", propone Colette Becquart. Infatti, le conseguenze sono raramente drammatiche,  ma sconvolgono l’ordine delle cose in un mondo già prestabilito. Bisogna dare invece credito ai distratti, in quanto sovente più flessibili e creativi delle altre persone. Inoltre, costoro sono abituati ai cambiamenti in quanto hanno spesso a che fare con imprevisti. Se questa non è una qualità!
Catherine Maillard



Il desiderio di cambiamento: fuga o rinascita?

Cambiare... lavoro, compagno, condizione di vita! Talvolta ci capita di svegliarci una mattina con un desiderio di cambiamento che non ci abbandona più. Tuttavia, prima di placare questa sensazione, è consigliabile fare il punto della situazione. Cambiare sì, ma comprendere per quali ragioni e in che modo attuare il cambiamento.
Il desiderio di cambiamento
© Thinkstock
I nostri desideri di cambiamento si aprono talvolta un varco attraverso il cuore della nostra vita professionale, sentimentale e anche nella nostra quotidianità. Un ennesimo imbottigliamento nel traffico mentre ci rechiamo al lavoro o un sopruso, un pensiero ricorrente che ci martella dentro la testa e che ci dà la sveglia la mattina... ed eccoci navigare in Internet per seguire le offerte di lavoro o leggere gli annunci immobiliari per affittare una casa vicino al mare. Una volontà di cambiamento che percepiamo nitidamente, ma che è importante valutare per capire se non si tratti di un'ennesima fuga ma piuttosto di un mezzo per evolvere.

I segnali premonitori

Quando la misura è colma, diversi sono i sintomi a indicare un errore di rotta e un certo qual malessere. Compaiono anzitutto segnali isolati, tra cui mal di schiena, emicrania e gastriti che non ci danno tregua. Quando viene meno la vitalità, quella di cui abbiamo bisogno per affrontare l'intera giornata, sopraggiungono alcune modifiche del comportamento, come altrettanti segnali che è bene non sottovalutare. Una certa stanchezza, il venir meno di un entusiasmo, un'immagine incompleta di noi stessi… Di fronte a tutto questo, la parola d'ordine è reagire!

Un desiderio di evoluzione

Oggi il cambiamento è all'ordine del giorno, tanto più perché sembriamo aver raggiunto una soglia critica in diversi ambiti: ecologici, relazionali o addirittura professionali. Resta il fatto che il cambiamento fine a se stesso non porta a grandi risultati. Diventare vegetariani o andare in Canada ad aprire una pizzeria ha senso solo se corrisponde a un autentico desiderio interno. "Possiamo desiderare di cambiare perché cozziamo contro alcuni limiti che pensiamo di poter allontanare o perché cerchiamo di vivere un maggior numero di esperienze positive", spiega Vanessa Mielczareck, coach e formatrice per le Risorse umane. Si tratta quindi di una rimessa in discussione che ci indica di essere giunti al termine di un ciclo e che non esistono nuove prospettive. Il cambiamento riguarda, quindi, il nostro mondo interiore, come un richiamo che ci invita a trasformare noi stessi

Coraggio, fuggiamo!

Accade anche che i nostri desideri di cambiamento ruotino attorno all'idea che altrove l'erba sia più verde. "È possibile individuare questo desiderio quando scopriamo di voler a tutti i costi cambiare l'altra persona o l'ambiente in cui viviamo, piuttosto che noi stessi. In qualche modo, è come negare la responsabilità che possiamo avere nelle situazioni frustranti che si verificano", spiega Vanessa Mielczareck. In questi casi, attribuiamo la responsabilità di tutte le nostre difficoltà a una terza persona, che consideriamo l'origine di tutti i nostri problemi. Il desiderio di cambiamento si articola attorno a una fuga, come reazione di fronte a una situazione percepita come insopportabile, ma totalmente subita. Si corre, quindi, il rischio di perpetuare la stessa situazione, sia in un nuovo contesto lavorativo o di vita personale e di sperimentare lo stesso tipo di difficoltà. Per individuare meglio le proprie motivazioni, la coach è perentoria: "Scoprite se avete tendenza a criticare o a giudicare additando tutti gli aspetti negativi e ricordate che il cambiamento è una porta che si apre verso l'interno, prima ancora di attuarsi all'esterno".



La festa della donna

Nel 1910 venne istituita la prima Giornata della donna durante il congresso dell'Internazionale socialista a Copenaghen. Occorre però attendere l'anno successivo per vedere realizzata la prima ufficiale prova della Giornata internazionale della donna. La data esatta venne scelta negli anni seguenti di comune accordo tra le rappresentanti dei vari stati coinvolti ed è tuttora però sconosciuto il motivo di tale scelta nonostante si faccia risalire la data ad un incendio in una fabbrica tessile di New York avvenuto nel 1911.
La festa della donna
© Thinkstock
In tutto il mondo diventò la giornata in cui le donne scendevano nelle piazze per reclamare i propri diritti e ricordare le compagne morte sul lavoro o durante le manifestazioni. Non mancano le polemiche, come ogni anno, tra i due fronti della manifestazione: le donne che ritengono giusto celebrare questa giornata e quelle che invece la vorrebbero abolire. Le motivazioni per abolire questa festa sono ragionevoli e sensate, prima fra tutte l'idea che la donna debba essere celebrata ed onorata ogni giorno ed anche il fatto che festeggiare le tragedie in cui morirono tante donne sia di cattivo gusto. Dall'altra parte invece, nella fazione del si, l'idea è quella di promuovere in questa giornata tutte quelle richieste necessarie per favorire la vita lavorativa e privata delle donne. Mai come quest'anno, dice la segretaria della CGIL Susanna Camusso, è necessario puntare i riflettori sulla crisi economica che si è abbattuta maggiormente sulle donne ancora costrette a fare a spallate per ottenere un posto di lavoro e che vedono sempre più lontana la possibilità di avere orari compatibili con la vita familiare e la cura dei figli.

Triangel Waist Company, una tragedia collettiva

Perché un avvenimento tragico americano è diventato il simbolo dell'emancipazione femminile a livello mondiale? La risposta è molto semplice, nella fabbrica tessile Newyorkese lavoravano donne e bambine di ogni nazionalità. Le Italiane accertate erano 39 ma altre 10 risultarono ufficialmente disperse. Tra le 146 vittime ufficiali si trovavano donne Americane, Finlandesi, Russe, Tedesche e di tanti altri paesi europei. Donne partite insieme alle famiglie per inseguire il sogno americano e sfuggire alla povertà per poi ritrovarsi a lavorare come schiave chiuse a chiave dentro alle fabbriche. L'incendio viene ricordato l'8 marzo ma in realtà avvenne la sera del 25 marzo 1911. Negli ultimi tre piani del palazzo, nel centro della città, lavoravano circa 500 donne ed un centinaio di uomini. Per essere certi dell'impegno dei lavoratori i proprietari erano soliti chiudere a chiave le porte di ingresso per evitare che qualcuno uscisse dall'edificio durante l'orario di lavoro. L'età media delle lavoratrici era tra i 15 ed i 25 anni con qualche collega più anziana a fare da maestra alle più piccole. Sessanta ore settimanali di lavoro ovviamente sottopagato, straordinari non retribuiti, condizioni di lavoro disumane ed incidenti anche mortali all'ordine del giorno. Quel terribile giorno, 20 minuti prima della fine della giornata, da una prima fiammata si sprigionò un terribile incendio. Il fuoco divorò in un attimo gli ultimi piani del palazzo mentre un fiume di donne terrorizzate tentava di salvarsi raggiungendo l'uscita. Le scale antincendio crollarono quasi subito piegate dal calore e l'ascensore, dopo pochi viaggi, si schiantò al suolo con al suo interno una trentina di donne. Una volta capito che sarebbe stato impossibile uscire dal palazzo le donne si riversarono vicino alle finestre ed iniziarono a saltare giù. Dalla strada la gente terrorizzata urlava loro di non saltare ma le operaie in preda al panico preferirono tentare di sfuggire al fuoco gettandosi nel vuoto che morire arse vive. Le cronache dei giornali dell'epoca sono terribili, raccontano infatti di un mare di corpi a terra sotto al palazzo che impedivano ai pompieri di avvicinarsi con i mezzi. Anche le reti che erano state messe sotto alle finestre cedettero quasi subito sotto al peso delle troppe persone che si lanciavano tutte insieme. Le due immagini simbolo di questa tragedia sono raccontate dal New York Times che racconta dapprima di una coppia ad una finestra che si abbraccia e si scambia un ultimo bacio prima che lui lasci cadere lei nel vuoto e la segua subito dopo. L'altra invece è l'immagine di due bambine che si lanciano per mano cadendo a terra nello stesso istante. Nel processo tenutosi negli anni successivi alla tragedia tutti gli imputati vennero assolti e nessuno ha mai pagato per la perdita di così tante vite umane. Immagini che purtroppo sono vive nella mente di molti di noi pur non avendole viste direttamente perché riportano subito alla mente tutti quei corpi che si lanciavano dai piani più alti delle torri gemelle dopo gli attentati con gli aerei di Al Quaeda.



Impara ad amarti per quello che sei

Non assomigli per niente alle nuove icone di stile che popolano le riviste? Nel tuo ufficio non sei l'impiegata del mese? Poco male! Impara ad amarti per quello che sei. Scopri i consigli di Doctissimo per innamorarti di nuovo di te stessa.
Amati per quello che sei
© Thinkstock
Oggi è difficile realizzarsi e avere fiducia in se stessi: tendiamo spesso a sminuirci, quando a farlo non è il nostro stesso ambiente! Amarsi è quindi uno dei passi fondamentali per cambiare noi stessi, ritrovare l'autostima, aprirsi agli altri ed essere felici. 

Scaccia il tuo avversario interiore

Come sottolinea Martine Teillac nel suo libro S'aimer pour aimer les autres (Amarsi per amare gli altri), è importante eliminare certi errori che ci rendono fragili e minano la fiducia in noi stessi:
  • Basta con le paranoie: non è vero che il tuo vicino ti ha guardato storto o che i tuoi colleghi sparlano alle tue spalle… tutte queste piccole paure irrazionali ti impediscono di dare il meglio di te e di concentrarti su ciò che conta veramente. Il tuo problema è che proietti sugli altri la tua mancanza di fiducia in te stesso.
  • Smetti di drammatizzare: tendi a ingigantire ogni sbaglio o parola di troppo? Tutto sembra concorrere a negare il tuo valore e a metterti in condizione di fallire. Devi smetterla di fare la vittima e uscire dal circolo vizioso in cui ti dibatti
  • Smettila di paragonarti agli altri: spesso il fatto di guardare le qualità del tuo vicino ti impedisce di riconoscere il tuo valore: cerca invece di aguzzare il tuo senso critico e scoprirai che gli altri non sono perfetti come sembrano…

Metti sulla bilancia pregi e difetti

Il problema della mancanza di fiducia in se stessi è che essa esaspera i difetti e maschera le reali qualità. È dunque essenziale imparare a ridimensionare i primi e a riconoscere le seconde. Nel suo libro S'ouvrir à son coeur d'enfant (Riscopri il bambino che è in te), Marie France e Emmanuel Ballet de Coquereaumont propongono un semplice esercizio per individuare le proprie qualità:
1- Scegli un posto tranquillo, senza il telefono, con un foglio e una matita;
2- Respira con calma e profondamente;
3- Quando sei pronta/o, annota 20 delle tue qualità in meno di tre minuti;
4- Una volta trascorso il tempo, qualunque sia il risultato, poniti alcune domande: hai avuto difficoltà? Cosa hai provato di fronte alla lista? Riconoscere l'esistenza di queste qualità ti mette a disagio? Sei convinto di possederle veramente?
Ricomincia da capo l'esercizio finché non sei convinta/o di possedere le qualità che hai annotato. 

Non tradire i tuoi valori

Per essere se stessi è importante imparare a conoscere e non tradire i propri valori ed evitare quindi di imporsi delle regole di comportamento in contraddizione con essi. Ad esempio, se sei profondamente altruista, ti sentirai di certo più realizzata/o lavorando nella sfera del sociale piuttosto che nel settore commerciale, dove saresti costretta/o a lottare ogni giorno contro gli altri e contro te stessa/o. Ricorda che si può cambiare il proprio modo di vivere per qualche mese e qualche anno, ma è difficile riuscire a negare all'infinito la propria vera natura. Cerca allora di capire quali sono i tuoi valori più radicati, che non devono essere negoziabili: è questa la base da cui partire per compiere le proprie scelte di vita. 

Non restare ancorata/o al passato

Spesso il nostro vissuto familiare può limitare molto la fiducia in noi stessi. Hai l'impressione che i tuoi genitori non ti abbiano sostenuto abbastanza quando eri bambino o che ti abbiano addirittura frenato? In primo luogo devi convincerti che ognuno cerca di esercitare il proprio ruolo meglio che può: se non hanno fatto molto per accrescere la fiducia in te stessa/o, potrebbero anche essere stati spinti da un desiderio di compensazione e voler riuscire attraverso di te dove hanno fallito. Oppure c'è il caso dei genitori iperprotettivi e soffocanti, con i quali è necessario tagliare il cordone ombelicale. In parole povere, ogni situazione è diversa dalle altre. La cosa fondamentale per acquisire più fiducia in te stessa/o è capire i legami che ti uniscono alla tua famiglia di origine per esserne consapevole senza subirli. Occorre identificare i rapporti parentali e imparare a relazionarvisi decidendo cosa mantenere e cosa gettare via. Ricorda infine che non si impara ad amarsi da un giorno all'altro: occorre procedere a piccoli passi per migliorarsi e costruire la propria personalità.
Alain Sousa




Elogio… dell'autoelogio

All'origine di molti insuccessi c'è la mancanza di autostima: siamo sempre pronti a denigrarci ma molto meno a tessere le nostre lodi. Scopri con noi i vantaggi dell'autoelogio, un approccio poco diffuso che non ha nulla vedere con l'atteggiamento da fanfaroni.
Elogio… dell'autoelogio
© Thinkstock
La nostra epoca è votata alle critiche, non solo quelle che possiamo leggere sulla stampa riguardo alla nostra squadra di calcio o ai nostri politici: anche noi siamo diventati insuperabili nell'autocritica, ma questo atteggiamento non è privo di rischi, poiché a furia di denigrarci operiamo una forma di sabotaggio nei confronti di noi stessi. Ci priviamo infatti di un sostegno prezioso, ovvero il nostro, che invece è fondamentale per la realizzazione dei nostri progetti. Imparare a lodarci ci aiuta a indirizzare il vento a nostro favore e ad aumentare la nostra autostima e la capacità di mettere in moto le nostre energie per realizzarci. 

Io sono il massimo!

"L'autoelogio è una pratica ancestrale che nasce da una tradizione africana chiamata "kasala" e consiste nello scrivere e poi leggere ad alta voce un testo che parla di se stessi", spiega Marie Milis, Docente di Filosofia Morale a Bruxelles e autrice di un libro sull'argomento. Non si tratta di promuovere se stessi o di farsi pubblicità per "vendersi bene" sentendosi obbligati a riuscirci, ma di scrivere un testo in prima persona che invogli chi lo ascolta a dirsi: "Come sono fortunato di conoscerlo!". L'obiettivo fondamentale è quindi smettere di fustigarsi ma riconoscere finalmente la propria grandezza e bellezza, tutto ciò che fa di noi un essere unico al mondo. È una sfida più difficile di quanto non sembri!

Amplifica ma senza mentire

L'esercizio appare semplice nella forma, ma può nascondere delle difficoltà. Marie Milis, che ha ne ha sperimentato i benefici con una classe di studenti prima di un esame e con un gruppo di venditori freschi di laurea, offre due indicazioni generali da seguire per semplificare il compito:
  • L'amplificazione: vietato sentirsi piccoli o "striminziti", pensa in grande. Secondo la professoressa Milis "si tratta di prestare attenzione a ciò che accade in noi (uno stato d'animo momentaneo, una dinamica interiore, una sensazione, una caratteristica...) e di esprimerlo con enfasi, scrivendo ad esempio: "Sono un genio che si nasconde sotto la veste di rassegnate abitudini" o "Sono il sonno in attesa di fantastici sogni dietro il sipario delle palpebre abbassate".
  • Un'altra condizione indispensabile è che tutto deve essere vero, autentico. Inutile mirare a una visione positiva se sei in un periodo buio della tua vita e vedi tutto nero: scrivi pure con tratti neri, ma come fa Pierre Soulages, il pittore "dell'oltrenero", sublimando questo colore.

Allenta il controllo

Ci troviamo spesso tra due fuochi: la mania personale di denigrarci e la pressione sociale che ci spinge a mostrare il nostro profilo vincente attraverso le nostre conquiste e le nostre prestazioni. Entrambe queste pressioni ci rendono fragili, ci allontanano dalla nostra vera natura per farci inseguire dei beni per definizione effimeri. Il conflitto tra essere e avere non smette di imporsi e per far pendere l'ago della bilancia verso l'essere, l'autoelogio si dimostra una strategia efficace, poiché chiede a ciascuno di noi di allentare il controllo e la razionalità, abbandonando ogni tentativo di imprimere un ordine e un'organizzazione alla scrittura e dando libero sfogo alla creatività, all'espressione di sensazioni, piuttosto che all'elaborazione concettuale, anche se brillante. È un po' come dipanare il filo di una matassa. La buona notizia? Non serve molto tempo per scrivere il proprio autoelogio: bastano pochi minuti per evidenziare una delle nostre qualità e scrivere un breve testo al riguardo. Se non trovi l'ispirazione fai una passeggiata nel verde per sostare sotto un albero o vai a visitare un museo. 

Strategie per i tempi moderni

Praticato con regolarità, come una sorta di ginnastica psicologica, l'autoelogio incrementa l'autostima e ti aiuta a riconoscere i tuoi pregi, virtù decisamente utile in tempo di crisi: quando i punti di riferimento vengono a mancare e ci si trova immersi nell'incertezza, guardare a se stessi in modo positivo e creativo può fare da ponte verso un futuro da reinventare e, nella vita quotidiana, può contribuire a dare una sferzata di ottimismo e di dinamismo.
Catherine Maillard






Il massaggio Berbero

Le prime testimonianze di questo massaggio risalgono a tremila anni fa ed è stato tramandato per generazioni dalle donne berbere sino ai giorni nostri. Se ne servivano per prendersi cura del proprio corpo e della propria pelle e appartiene del rituale dell’hammam, famoso grazie ai molti centri specializzati che sono stati aperti anche in Europa. La cultura berbera, quella a cui appartengono i più famosi Tuareg, non deve essere confusa con quella araba classica: i berberi sono infatti un popolo autoctono che vive nel nord dell’Africa e che si è mescolato con molti altri popoli che si sono passati per quelle regioni, come greci, turchi, fenici e romani.

Dove viene praticato il massaggio berbero?

Il massaggio Berbero
© Thinkstock
Generalmente in centri specializzati che posseggono una parte hammam. Quest’ultimo è il luogo dove si svolge il rituale islamico della purificazione del corpo e della mente grazie ad alcune pratiche precise. È praticato tuttora, sia in occidente sia nel mondo musulmano, nel quale possiede una valenza simbolica molto legata alla cultura e alla religione locale.

I prodotti utilizzati per il massaggio berbero

Durante il massaggio berbero viene applicato sulla pelle un olio ricavato da una pianta che cresce esclusivamente nel Souss (una regione a sud ovest del Marocco compresa tra Essaouira ed Agadir) chiamata Argania spinosa, meglio conosciuta come Argan (che nella lingua locale vuol dire “olio”). È ricco di antiossidanti e di vitamina E, un elemento essenziale per la pelle, che risulta più elastica e ringiovanita. È uno tra gli oli più ricchi di acidi grassi insaturi e acido linoleico, dall’alto potere nutritivo per l’epidermide. Il procedimento per ottenerlo dura quasi un giorno intero e per farne un litro si ha bisogno di 100 kg di bacche di Argania.  

Quali sono i benefici del massaggio berbero?

Gli effetti benefici sono il risultato di un insieme di fattori, quali le manovre praticate dalle mani esperte del massaggiatore, l’ambiente e l’atmosfera calda e accogliente che avvolge la persona (per facilitarne il rilassamento) e l’olio di Argan caldo, che contribuisce al rilassamento di mente e spirito.
Il massaggio si svolge in questo modo: innanzitutto bisogna liberare il corpo dalle tossine, quindi è necessario rimanere per qualche minuto nel tepidarium e recarsi poi nel calidarium, dove il vapore favorisce la sudorazione. Dopodichè si pratica un’esfoliazione con un sapone all’olio d’oliva (sapone nero marocchino) e un guanto chiamato Kessa, che prepareranno la pelle a ricevere il massaggio e i benefici dell’olio di Argan. Quindi inizia il vero e proprio massaggio, che dura circa un’ora; può essere fatto sia da una che da due persone allo stesso tempo.  Una delle cose importanti, per questo ma anche per altri tipi di massaggio, è il contatto continuo delle mani sulla pelle. Ciò favorisce il rilassamento della persona che lo riceve, che può quindi abbandonarsi completamente alle sensazioni che prova e rilassarsi.




  • Esci con gli amici
  • 101839034dia
  • 124819740dia

  • 86514811dia
  • AA042320pic
  • 86490061dia

I consigli per rimanere giovani

Vivere meglio e più a lungo? È possibile! L'allungamento dell'aspettativa di vita ha indotto medici e ricercatori, in particolare nell'area anglosassone, a condurre varie ricerche sui meccanismi della longevità. Ecco alcuni consigli tratti dalle loro ricerche scientifiche.

Nessun commento:

Posta un commento