"Tu chiamale, se vuoi, emozioni...", cantava Battisti. Spesso difficili da definire, il confine tra diverse emozioni è labile e delicato. Tra l'amore e l'odio vi è solo un passo. Come gestire le proprie emozioni?
Esprimi le tue emozioni
Perché la gente ci guarda storto appena scoppiamo a
ridere o le lacrime ci salgono agli occhi? Se le nostre emozioni possono
apparire sconcertanti, esse sono comunque delle preziose guide nella
vita di ciascuno di noi. Allora, di tanto in tanto lasciamoci andare!
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La nostra cultura disapprova l'eccesso di
emotività, di qualunque genere. Fin da bambini, impariamo a frenare le
emozioni, a nasconderle… talvolta fino a soffocarle.
Peccato!
Peccato!
Che cos'è l'emozione?
L'emozione è una reazione affettiva
naturale di fronte a quanto ci accade. Che sia piacevole (come la gioia,
per esempio) o spiacevole (tristezza, paura, rabbia…), lieve o intensa,
essa si manifesta a volte a nostra insaputa. Può essere accompagnata da
disturbi diversi: rossore, tremore, palpitazioni, interruzione o
superattivazione del pensiero, mutismo, ecc. Le emozioni ci
spingono a darci una smossa, ad agire e a reagire: possiamo osservare
facilmente queste reazioni impulsive negli animali o nel bambino: un
animale impaurito attacca, fugge o si rintana, il bambino contrariato si
arrabbia o si mette a piangere… Le emozioni hanno svolto un ruolo
fondamentale nell'evoluzione dell'uomo fin dalla notte dei tempi: la
paura per proteggersi dal pericolo, la collera per mobilitare le
energie… L'emozione permette in effetti delle reazioni molto rapide. Serve da allarme, trasmettendo un messaggio senza dubbio minimo ma vitale.
Nel nostro mondo civilizzato, le emozioni solo di rado svolgono una
funzione di sopravvivenza, ma non sono pertanto divenute inutili. Anche
se a volte ci turbano un po" troppo, c'è sempre qualcosa da ricavarne.
Specchio dell'anima…
Le nostre emozioni ci parlano di noi stessi
, di ciò che ci piace o non ci piace, ci rallegra o ci intristisce, ci
impaurisce o ci irrita. Esse ci ricordano chi siamo, dietro la facciata
della nostra educazione, fornendoci preziose indicazioni sui sentieri da
seguire o da evitare. Ci aiutano a fare scelte in accordo con noi
stessi, purché non facciamo finta di non sentirle… che si tratti di un
mestiere, di un compagno, di un tipo di viaggio o soltanto del film da
vedere in serata! Degli studi sulle funzioni cerebrali hanno dimostrato
che una persona privata incidentalmente della sede della sua
memoria emotiva aveva enormi difficoltà anche a prendere le decisioni più razionali. Dunque, la sola ragione non basta per scegliere!
memoria emotiva aveva enormi difficoltà anche a prendere le decisioni più razionali. Dunque, la sola ragione non basta per scegliere!
I gesti parlano di te
Arrossire, parlare con le mani, camminare con le
spalle curve… I tuoi atteggiamenti tradiscono le tue emozioni e i tuoi
pensieri. E se tali gesti, tali mimiche, avessero tanto impatto quanto
la parola? Come controllare questi messaggi che invii a tua insaputa?
Come assicurarti che siano vantaggiosi per la tua immagine?
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Impara a decifrare e a controllare questi messaggi non verbali.
Osserva il tuo corpo!
Ecco qualche consiglio che potrà aiutarti a controllare meglio questo modo di comunicare:
- Fa" attenzione alla posizione del tuo corpo. Batti in ritirata (incollato in fondo alla sedia) o sei in posizione d'ascolto attento (proteso in direzione dell'interlocutore)? Dai l'impressione di essere recettivo ai discorsi dei tuoi interlocutori (le spalle aperte) o di essere chiuso ai loro propositi (braccia e gambe incrociate)?
- Tieniti dritto. Ma mantieni una certa scioltezza per non sembrare rigido. Questo ti libera il diaframma, che quando sei stressato tende a contrarsi, e ti permetterà di respirare meglio e di aumentare la fiducia in te stesso. Il tuo interlocutore se ne accorgerà inconsciamente
- Non aggrottare le sopracciglia. Non stringere neppure le mascelle. Rilassando volontariamente il viso distenderai anche il resto del tuo corpo e il tuo spirito…
- Sorridi! È un consiglio semplicissimo, ma che ti permette di stimolare la simpatia delle persone che incontri. Ciò ti metterà subito a tuo agio, e potrai avviare più facilmente la conversazione
- Il tono, l'intensità e l'eloquio riflettono la tua calma e la tua sicurezza.
- Osa affrontare lo sguardo dell'altro. Il più delle volte il tuo interlocutore non ti vuole affatto del male! Non ti dimenticare che lo sguardo è fondamentale: è il tuo primo contatto con gli altri.
Comincia ad applicare questi consigli nelle situazioni abituali, in
seguito potrai applicarli con più facilità e naturalezza quando ti
troverai in situazioni inconsuete.
Le 5 chiavi della felicità
La felicità non si compra da un concessionario, ma
si coltiva piuttosto come un giardino. Alcuni la inseguono, altri
l'assaporano, ma ciascuno di noi vi aspira. Per aiutarti in questa
ricerca, gli specialisti ti propongono cinque strade…
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1 - Ritrovare la stima in se stessi
Alcune persone hanno il dono di svalutarsi, mentre altre sanno di essere un dono per il mondo. La differenza tra le due categorie? La fiducia in se stessi! È una scommessa di felicità, una dimensione della tua personalità che ha bisogno di essere alimentata. Una persona che ha grande stima di sé si tratta come diva, "si assume la responsabilità della propria vita e, quindi della propria felicità, senza biasimare gli altri", spiega lo psichiatra Christophe André. La persona che ha poca stima in se stessa non si apprezza mai abbastanza e incontra numerose difficoltà sul suo cammino. Per coltivarla, comincia a proiettare a mo' di film i tuoi successi. Al termine della giornata, sei solita ricordare le cattive notizie: questa pratica è incasinata, ha piovuto tutto il fine settimana, e via di questo passo. Pensa invece in positivo: un piccolo successo sul lavoro, un complimento da parte del tuo innamorato... tutto questo non può che darti piacere.2 - Coltivare buone relazioni con gli altri
La felicità? Coccolare gli amici. "Parallelamente all'atteggiamento egocentrico, pensare agli altri è importante per essere felici", sostiene Albert Ellis, fondatore dell'approccio emotivo-razionale. Il suo consiglio: non cercate si sentirvi sistematicamente amati o accettati dal vostro entourage. Fate dell'approvazione degli altri un obiettivo auspicabile, ma non indispensabile. Invece che aspettare che siano gli altri a dare, siate pronti a farlo voi per primi. Non esitate a dare una mano o a moltiplicare le occasione per festeggiare. Invitate i vostri amici a cena o organizzate insieme a loro dei brunch la domenica. Tutto questo richiede molto meno tempo e mezzi di quanto si creda.3 - Concedersi piccoli piaceri
E se la felicità di vivere non fosse che la sequenza di brevi istanti di felicità? I piccoli piaceri sollevano il morale... una pausa caffè con un collega con cui si va d'accordo, un raggio di sole nel cuore dell'inverno… La felicità è come la salute: bisogna averne cura ogni giorno. Fatti del bene e, soprattutto, evita di sovraccaricarti con lavori faticosi, la pulizia dei vetri, i conti, la spesa al supermercato. Puoi iniziare a ragionare anche in termini di ricompense, di benefici personali. "Se riesco a raggiungere questo budget, mi regalo un week-end romantico"! Schierati dalla parte dell'allegria: la gioia aumenta la concentrazione di endorfine, ormoni rilassanti, molecole della felicità.4 - Riconciliarsi con il proprio passato
Vecchi rancori nei confronti di un ex, una storia familiare difficile... capita spesso che i ricordi diventino ingombranti. Per scaricare questi pesi e investire nella felicità, spesso basta parlare di ciò che ci impedisce di sentirci più spensierati. Spesso riesce più facile con un'amica, anche se l'oggetto della discordia è delicato. Nel contesto della coppia o della famiglia, a volte la situazione è addirittura più delicata. L'elaborazione di un lutto o la concessione del perdono non avvengono da soli: accettare è già un passo avanti verso la soluzione del problema. Oggi, consultare uno psicologo è divenuto un fatto abituale. In altre parole, per smascherare il problema e liberarsene, talvolta rivolgersi a uno specialista può rivelarsi la soluzione giusta. Soprattutto se le angosce o un certo malessere diventano un ostacolo che si contrappone alla propria felicità. Riconciliarsi con il proprio passato è anche un segno di maturità.5 - Sviluppare la creatività
Combattere la routine, aprirsi all'ignoto... E se scegliessimo la creatività, uno dei pilastri della felicità? A parere di Christian Boiron, filosofo, per esplorare, esprimere la propria personalità ed essere felici, la creatività è una qualità essenziale. La materia prima che abbiamo a disposizione: la curiosità! Concediti di commettere errori, di avere esitazioni... in diverse sfere della tua vita. Tutti possiamo farlo! Ad esempio, usa la creatività in cucina: che si tratti di una cenetta romantica o di una merenda per i bambini, divertiti a inventare. Anche la scrittura è un'attività piacevole. Immagina i personaggi di un romanzo guardando le persone del tuo entourage (proprio come ne "Il favoloso destino di Amelie Poulain"). Oppure, prepara un viaggio senza doverti necessariamente rivolgere a un'agenzia.Emozioni, gesti e parole
No, non siamo solo noi italiani a parlare con le
mani: tutti accompagnano il gesto alla parola per esprimerci. Ma a cosa
servono i gesti? Aggiungono informazioni al discorso oppure servono solo
per supportarlo? Facciamo il punto con Marion Tellier, ricercatrice
presso il Laboratoire Parole et Langage di Aix-en-Provence1.
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Di ritorno da un week-end di pesca, non
puoi fare a meno di vantarti davanti ai tuoi amici dicendo di aver
pescato un pesce "grande così", mimando con le mani la grandezza del
malcapitato animale. Un po' impacciata con le lingue straniere, ricorri
sistematicamente all'utilizzo dei gesti per cercare di farti capire.
Anche al telefono utilizziamo questa forma di "punteggiatura" manuale.
Tutti i gesti che accompagnano la parola vengono definiti "coverbali" o
“paraverbali”. Tendiamo a farli senza pensarci, a non attribuirvi
particolare importanza, mentre la loro funzione è molto più ampia di
quanto possa sembrare.
Il gesto e la parola appartengono a uno stesso linguaggio
"Si parla di gesti coverbali perché
accompagnano la parola", spiega Marion Tellier, ricercatrice presso il
Laboratoire Parole et Langage di Aix-en-Provence1. "Ogni
gesto rappresenta una creazione individuale, prodotto spontaneamente e,
nella maggior parte dei casi, in modo inconsapevole". Secondo la teoria
di Mac Neill2, il gesto e la parola fanno parte di un sistema
cognitivo unico e identico. Il sistema rappresenta quindi i due aspetti
fondamentali del pensiero: l'immagine e il verbale, assicurando in
questo modo una certa coerenza semantica. Ad esempio, quando diciamo di
aver "pescato un pesce grande così", il gesto utilizzato per illustrare
la grandezza del pesce, in genere, è coerente con la dimensione reale
dell'animale. Peraltro, esiste un'effettiva sincronia tra il gesto e la parola: il
gesto fa la sua comparsa sulla parola chiave su cui desidera porre
l'accento il locutore. "Ad esempio, abbiamo analizzato un discorso di
Nicolas Sarkozy riguardante le future riforme universitarie (discorso
risalente al gennaio 2009 in occasione degli auguri di inizio anno al
mondo della ricerca e dell'insegnamento universitario)", osserva la
ricercatrice. "Abbiamo potuto constatare che il Presidente utilizzava
sistematicamente lo stesso tipo di gesto per un dato argomento: quando
si riferiva al passato, all'immobilismo e al conservatorismo, i gesti
erano diretti a sinistra. Per indicare il presente, i gesti erano
orientati in avanti, mentre per il futuro a destra. Non sappiamo se
questo atteggiamento fosse consapevole o meno, tuttavia ciascuno di
questi gesti era coerente con il suo discorso".
Difficile parlare senza gesticolare
Ma perché produciamo questi gesti? È forse
per trasmettere un messaggio inconscio che non verrebbe recepito
correttamente a voce? O è semplicemente un modo naturale di esprimersi,
privo di qualsiasi finalità specifica? "I gesti coverbali servono per
aiutare il nostro interlocutore ad afferrare meglio il senso del nostro
discorso", puntualizza Marion Tellier. Tuttavia, potremmo chiederci perché anche al telefono, quando non
abbiamo alcuna persona davanti a noi, utilizziamo comunque dei gesti. E
aggiunge: "Abbiamo constatato che persino i non vedenti gesticolavano
quando parlano!". In realtà, i gesti servono a strutturare il discorso, a inserire
riferimenti spaziali e, soprattutto, la gestualità aiuta a trovare le
parole e a "sgravare" in parte il cervello. Prova a parlare a lungo
senza aiutarti con le mani: vedrai che non è uno scherzo! Infatti, le
mani dicono quello che la bocca non è in grado o non può esprimere.
Usare i gesti per farsi capire
Il tipo di gestualità utilizzata dipende,
naturalmente, dall'argomento di conversazione. "Se si chiedono
indicazioni stradali, si tenderà a fare gesti denominati deittici,
ovvero gesti di puntamento", spiega la ricercatrice. "Ma, in generale,
tendiamo a utilizzare diversi gesti iconici (ovvero gesti che illustrano
un concetto concreto, molto simile al mimo. Ad esempio, mimiamo
l'arrampicata per illustrare il verbo arrampicare) e gesti metaforici
(ovvero gesti che illustrano concetti astratti, ad esempio la
comunità)". Marion Tellier e Gale Stam si occupano anche dei gesti degli
insegnanti di francese come lingua straniera per cercare di sapere in
che modo adattano la gestualità in funzione dei loro interlocutori. Nel
suo lavoro di ricerca, l'équipe di Marion Tellier ha condotto un
esperimento in cui i soggetti dovevano far indovinare 12 parole a una
persona di madrelingua francese e a una di lingua straniera. Secondo
quanto emerso dai risultati, pare, in modo piuttosto logico, che quando
si parla con uno straniero si tende a produrre gesti che durano più a
lungo, più illustrativi e più ampi di quando ci si rivolge a una persona
che parla la nostra stessa lingua. Anche il modo di parlare è diverso: l'eloquio è più lento,
l'accentuazione più pronunciata, le pause più frequenti e le intonazioni
molto marcate. Tuttavia, questa dizione particolare, unita a una
gestualità pronunciata, può essere utile agli insegnanti di francese
come lingua straniera nell'insegnamento stesso della lingua (ma non
risulta necessariamente efficace se ti sforzi di applicarla durante le
vacanze in India…). "I gesti che utilizziamo poggiano naturalmente sulla
prosodia (eloquio, intonazione, ritmo)", conferma Marion Tellier. "Per
quanto riguarda gli insegnanti di lingua, è assodato che i gesti li
aiutano molto a farsi capire e, soprattutto, sanno adattarli in funzione
del pubblico a cui si rivolgono". Nella vita di tutti i giorni, i gesti entrano in modo naturale nel
discorso per attribuirgli maggior senso. In alcuni casi, i gesti
sembrano addirittura il modo migliore per farsi capire. Chi non si è mai
trovato a mimare, nella maggior parte dei casi in modo ridicolo, il
gesto di bere o di mangiare per far capire allo straniero di avere sete o
fame? Senza parlare poi del gesto che mima l'accendino per il fumatore…
Usare i gesti per imparare meglio
Un'altra funzione affatto trascurabile del
gesto coverbale è l'aiuto alla memorizzazione. Infatti, associare un
gesto a una parola aiuta a memorizzarla meglio. In particolare nei
bambini che non hanno accesso alla lingua scritta: "il fatto di "vedere"
una parola nel momento stesso in cui viene pronunciata li aiuta a
ricordare", spiega la ricercatrice. "Semplicemente perché il gesto è una
traccia aggiuntiva nella memoria associata alla parola. E per loro,
compiere il gesto in questione diventa un mezzo mnemotecnico per
ricordare la parola. Infatti, quando si vuole memorizzare, occorre
codificare la parola in diversi modi. E più esistono tracce diverse nel
cervello (parola scritta, parola ascoltata, parola associata a un
gesto), più la memorizzazione sarà semplice".
Gli italiani non gesticolano più degli altri!
Ma i gesti sono utilizzati da tutti nello
stesso modo? Ad esempio, si sente dire spesso che gli italiani parlano
molto con le mani. "Non è proprio così che stanno le cose!", smorza i
toni Marion Tellier. "Da quanto ne sappiamo gli italiani non gesticolano
più di quanto non faccia un danese o un giapponese. Fanno invece gesti
più ampi, utilizzano più spazio. Usano uno spazio gestuale più grande". Peraltro, i gesti coverbali sono spesso molto simili da un paese
all'altro, totalmente indipendenti dalla lingua e dalla cultura. In
francese, in cinese o in spagnolo si utilizzerà quindi lo stesso gesto
per descrivere i verbi bere, mangiare, ecc. Invece, ciò che può differenziarsi da una cultura all'altra sono i
gesti emblematici associati a un'espressione idiomatica. Ad esempio, in
Francia diverse espressioni si associano a gesti che bastano da soli a
comunicarne il contenuto: "stai all'occhio", "che barba", "ubriaco
marcio" (con il pollice che ruota intorno al naso). Qualsiasi francese è
in grado di cogliere il significato dell'espressione attraverso il
semplice gesto. Ma non uno straniero che non dispone degli stessi
riferimenti culturali per capirlo. Addirittura qualche volta uno stesso gesto può significare due cose
completamente diverse da un paese all'altro. Ad esempio, in Gran
Bretagna la V di vittoria con il palmo della mano girato verso di sé
equivale a fare il dito medio. Inutile dire che questa differenza
culturale può generare malintesi più o meno gravi… Yamina Saïdj, 9 giugno 2011 1 - Marion Tellier si occupa di gestualità, gesti pedagogici,
insegnamento precoce delle lingue e della formazione dei formatori
all'interno dell'équipe "Co-construction du sens: Intégration,
Interface, Interaction" del Laboratoire Parole et Langage. Questo
laboratorio unico in Europa riunisce circa 150 ricercatori, ingegneri e
dottorandi in diverse discipline: linguistica, neuroscienze, psicologia,
medicina, sociologia, informatica… L'obiettivo consiste nel creare
strutture di lavoro che favoriscano gli scambi interdisciplinari. In
sostanza, si tratta di mettere in relazione il lavoro sugli approcci
sperimentali al lavoro condotto sul campo. Le applicazioni sono assai
numerose e comprendono, in particolare, i disturbi del linguaggio legati
alle malattie neurologiche, all'acquisizione del linguaggio nei bambini
e all'apprendimento di nuove lingue. 2 - McNeill (1992). Hand and mind: what gestures reveal about thought. The University of Chicago Press
Conosci il significato dei fiori?
Nell’Ottocento si sviluppò un tipo di comunicazione
non verbale che utilizzava i fiori come strumento di espressione nella
società. Con gli anni, la florigrafia ha elaborato dei codici di
significato per ogni fiore e colore, dando vita ad un vero e proprio
linguaggio a cui ancora oggi si fa riferimento per interagire in maniera
sottile e discreta. Quali sono i significati dei fiori? Te lo spiega
Doctissimo!
Quando nasce la florigrafia?
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Nella cultura Occidentale, già nel Medioevo
venivano attribuiti dei significati morali ai fiori più comuni. Col
tempo, questa pratica si diffuse talmente che iniziarono ad essere
pubblicati libri e collane sull’argomento, che portarono la pratica di
attribuire un significato ai fiori in auge in tutto il mondo.
L’Ottocento vede l’interesse per i fiori crescere a dismisura, fino
quasi a diventare una moda, soprattutto in città come Parigi e Londra.
Nei secoli, l’interesse per la florigrafia è andato un po’ scemando, ma
rimane una scelta di classe dettata dal galateo regalare un bel mazzo di
fiori ad una donna, che non potrà non esserne lusingata.
Il linguaggio dei fiori: piccola guida pratica alle rose
Le rose, soprattutto quelle rosse, sono i
fiori più regalati al mondo: ciò dipende dal significato che hanno,
rappresentando il sentimento d’amore nella coppia di innamorati.
L’immaginario comune vuole che nei film, nei racconti e nelle leggende
fosse sempre il mazzo di rose-rosse-a-gambo-lungo a far trasecolare ogni
donna che si rispetti. L’aroma e il colore rosso intenso trasmettono da
secoli passione e amore impetuoso in quasi tutte le culture del mondo.
Le rose rosa rappresentano invece un amore meno focoso, che si avvicina
all’affetto; quelle gialle amicizia o, se regalate alla propria
compagna, gelosia. La rosa bianca esprime purezza e castità, virtù meno
comuni negli anni Duemila ma molto in voga nei secoli passati. La rosa
canina indica il piacere e la sofferenza amorosa, quella centifolia è
simbolo di grazie e la francese sottende ad una passione travolgente e
nascosta agli sguardi indiscreti. La varietà chiamata tea simboleggia
gentilezza, mentre quella borraccina la capacità di cadere spesso in
tentazione e la muschiata il capriccio. Quando è di colore arancio
indica fascino, il color corallo esprime desiderio. Anche l’aspetto
delle rose influenza il loro significato: il bocciolo chiuso sta per la
riservatezza della virtù femminile, aperta vuol dire impeto della
giovinezza e allegria.
Il significato dei fiori più conosciuti
Quando si vuole regalare un mazzo di fiori,
è bene fare attenzione al significato che ogni bocciolo possiede, per
evitare di fare brutte figure qualora la destinataria sia un’esperta di
florigrafia.La viola del pensiero è il simbolo di un ricordo d’amore e va donato
solo in circostanze adatte; la primula è il primo fiore che sboccia in
primavera e simboleggia, di conseguenza, un amore giovane e spensierato.
La lavanda indica diffidenza e poca fiducia nel prossimo, il girasole
adulazione e riconoscenza. La zinnia, bellissimo fiore originario del
Messico, è l’emblema della semplicità, così come la margherita: entrambe
necessitano di poche cure e il loro significato è probabilmente legato a
ciò. Il non ti scordar di me, scientificamente myosotis, ha un
significato piuttosto evidente e sottende ad un amore puro e sincero. La
magnolia da sempre è simbolo di buon auspicio e dignità, elementi che
racchiudono anche l’arte della perseveranza, in amore come negli altri
contesti. Il glicine, dal caldo colore che ne prende il nome,
simboleggia apertura e propensione verso gli altri e l’amicizia. I
bellissimi fiori di ciliegio, famosissimi in Giappone, rappresentano
soprattutto in questo paese il legame con la tradizione e la tensione
verso il futuro e il progresso. In generale, sono simbolo di educazione,
amore e passione. I fiori dell’albero di pesco simboleggiano invece un
amore immortale, mentre quelli bianchi dell’acacia indicano la speranza
nei confronti di un amore ancora platonico e vengono regalati in
occasione di un fidanzamento; i fiori gialli della mimosa indicano il
pudore e la riservatezza. Le foglie del lauro venivano utilizzate
nell’antichità per adornare le teste dei guerrieri tornati vittoriosi
dalle battaglie e rappresentano, evidentemente, la gloria e il coraggio. L’orchidea viene accostata alla sensualità e al fascino: veniva
considerato un fiore afrodisiaco e utilizzato nei secoli passati per
preparare pozioni d’amore o bevande che facilitavano la fertilità. Il
giglio è il fiore orientale dell’innocenza, della purezza e della virtù
femminile preservata; quando viene regalato ad una donna significa che
se ne riconosce la nobiltà e la fierezza. Il crisantemo, da tutti
conosciuto come fiore comune nei camposanti, in Giappone viene
utilizzato nei matrimoni (la variante rossa rappresenta l’amore), in
Inghilterra è il fiore donato in occasione delle nascite; in ogni caso,
il crisantemo rappresenta la pace. Il bel garofano rosso è simbolo di
ammirazione e gloria, quello bianco di amore e di purezza, l’iris invece
è il fiore con il significato più antico, che affonda le radici nella
mitologia greca. Veniva associato alla figura di Iride, la messaggera
degli Dei, e nei secoli il suo significato è rimasto invariato. Il
gelsomino, il cui profumo invade ogni ambiente in cui viene posto,
racchiude in sé la gioia e il desiderio d’amore; i fiori della
camomilla, simili a delle margheritine, rappresentano la capacità di
cavarsela nelle situazioni avverse con un atteggiamento paziente e
sereno. La calla, dalla forma particolare, è il simbolo per eccellenza
di raffinatezza e di nobiltà d’animo. Quando viene regalata, si vuole
esprimere ammirazione per la bellezza della persona che si ha davanti e
il grande rispetto che si nutre per essa. Il significato del tulipano
non è evidente per tutti: sorprende infatti quando si scopre che i
Persiani lo consideravano simbolo di amore eterno e ne regalavano dei
mazzi (nella variante color rosso) per dichiararsi alle loro donne.
Quello giallo rappresenta sempre l’amore ma nella sua accezione più
travagliata: la leggenda vuole che questo fiore sia nato dal sangue di
un innamorato che si suicidò in seguito ad una delusione d’amore. Nei secoli il significato dei fiori è rimasto invariato, restando poi
uno dei doni più belli da ricevere per una donna. Bastano alcuni
semplici accorgimenti per non sbagliare nella scelta del bocciolo e
ricorda, i fiori si possono regalare a tutte le età e anche agli uomini!
Una moda, questa, piuttosto recente ma i signori maschi assicurano di
gradire anche loro un messaggio espresso in questo modo raffinato e
discreto. Non resta che… dirlo con un fiore!
Come si rompe un’amicizia?
Eravate inseparabili, nei momenti belli e in quelli
brutti! Ma ecco che il rapporto volge al termine, senza preavviso e
senza speranza di negoziazioni. La rottura di un’amicizia è spesso
dolorosa. Si può evitare? E come riprendersi quando è inevitabile?
Intervista allo psichiatra Stéphane Clerget.
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Kant definiva l’amicizia “l’unione di due
persone legate da un uguale, reciproco amore e rispetto”. Il mito
dell’amico per la vita è destinato a durare. “A volte si tratta di un
doppio, di un altro sé a cui teniamo sempre di più in un’epoca incerta
come la nostra”, aggiunge Stéphane Clerget, autore di “Comment avoir de
vrais amis”(“Come avere veri amici”). Ciò che rende un’amicizia eterna, o
ciò che invece conduce alla sua fine, spesso rimane un mistero. Alcuni
rapporti sopravvivono contro ogni aspettativa e nonostante la mancanza
di contatti per lunghi periodi, altri invece si dissolvono a seguito di
un contatto troppo stretto. Tuttavia è possibile riconoscere i segnali
precursori di una rottura e affrontarla quando arriva il momento.
L’assenza davanti alla difficoltà
“Quando ho perso mia madre in un incidente,
la mia amica Gabriella ha preso le distanze. Da allora ci vediamo molto
meno”, si rammarica Amanda, 35 anni. In questa situazione ci sono varie
piste da esplorare. “Forse ci si è illusi sulla qualità dell’amicizia”,
sostiene Stéphane Clerget. Quando manca la reciprocità, un evento
difficile può far luce sulla vera natura del rapporto. “È nel
momento del bisogno che si vedono i veri amici”, recita un vecchio
adagio. Un’altra eventualità è che “l’amico in questione non sa cosa
fare quando le cose vanno male”, prosegue il pedopsichiatra. Si tratta
di situazioni molto più diffuse di quanto si pensi ed è meglio tenerne
conto. Parlarne senza per forza aspettarsi un cambiamento da parte del
proprio amico, può contribuire a rendere il legame durevole.
I legami si sono allentati
Di solito un’amicizia nasce perché si hanno
interessi in comune e si condividono gli stessi gusti. “All’inizio
l’ossessione di Giulio per i fumetti mi divertiva, ma in seguito mi è
sembrata puerile, persino noiosa”, ammette Federica, 29 anni. Certe
amicizie possono finire “a causa dell’impossibile esigenza di far
coincidere gli interessi, e per il vano tentativo di ritrovarsi
nell’altro”, osserva la filosofa americana Annette Baier. Succede
anche che la cellula familiare o professionale prenda il sopravvento
sulla sfera delle amicizie. Evolvere non rappresenta un problema di
fondo in sé. La vera questione è come mantenere il legame, con il
rischio di diventare estranei l’uno per l’altro. “Andare in vacanza
insieme, fare sport, uscire e naturalmente festeggiare i compleanni è
fondamentale”, assicura Stéphane Clerget. Altrimenti il legame
s’indebolisce.
L’amicizia-passione
Come in amore, anche nell’amicizia possono
esserci colpi di fulmine. “Io e Marina condividevamo gioie e dolori. La
tata che dava buca, un tradimento del marito, e l’altra accorreva”,
ricorda Michela, 40 anni. In questi casi si ha l’impressione di aver
trovato l’anima gemella. “Questa passione reciproca è estremamente
rassicurante, ci si sente più forti”, sottolinea Stéphane Clerget.
In realtà, anche questi rapporti simbiotici sono molto fragili. Un
semplice disaccordo in un momento particolare può trasformarsi in
tradimento... Come è successo a Michela: “Quando Marina ha divorziato io
e marito l’abbiamo vista spesso, per consolarla. Ma non ho sopportato
la sua femminilità esacerbata. La mia ammirazione si è trasformata in
gelosia...”. Tagliare i ponti allora è un gesto impulsivo che spesso
trova incomprensione.
Riprendersi in 3 mosse
Ecco tre consigli per riprendersi dopo la rottura di un’amicizia:
- Accettarla
Una fase di vita pericolosa, tanto più che la perdita di un amico non
è riconosciuta dalla società. Ritrovarsi KO a causa di un dispiacere
d’amore è accettabile, la stessa cosa non vale per un dispiacere
d’amicizia. “Invece non bisogna banalizzare lo shock della rottura, né
sminuirlo”, raccomanda Stéphane Clerget. Non ignorare il dolore.
Condividilo con qualcuno a te vicino, alchimizzalo. Scrivi, balla! La
nostra società, a disagio con la tristezza, ci spinge a voltare subito
pagina. Ma non è così!
- Non buttare via tutto
La tentazione di fare tabula rasa a volte è forte. “Questo
significherebbe amputare un’intera parte della tua vita”, avverte
Stéphane Clerget. Più in là, con il senno di poi, sarai felice di aver
conservato foto, regali, momenti belli e brutti... L’amicizia è un
processo vivo che per definizione evolve. La saggezza vorrebbe che il
cambiamento nell’altra persona venisse accettato. Se puoi, cerca di non
giudicare tutta la storia sapendo come è andata a finire, solo in questo
modo potrai “innamorarti” di nuovo.
- Sfuggire alla sensazione di aver fallito
Spesso la rottura è vissuta con un sentimento di fallimento. Ma
questo vuol dire dimenticare che l’amicizia si costruisce in due. Non
esserti accorta che stava finendo non significa che sei tu l’unica
responsabile. D’altro canto, ogni rottura ha un senso. Cercare di
penetrarne il mistero è legittimo, ma non sempre ci soddisfa. “In nome
dell’amicizia puoi anche chiedere delle spiegazioni, ma queste non
sempre ti saranno date. E se te le dessero potrebbero apparirti
bizzarre”, sostiene il pedopsichiatra. Non ti sei per forza sbagliata, è
solo un capitolo che si chiude... in attesa che se ne apra un altro!
Catherine Maillard
Smettila di rovinarti la vita!
"Non valgo niente", "a nessuno frega nulla di me",
"è sempre colpa mia"… Spesso e volentieri ci chiudiamo in certi schemi
mentali, finendo per ripetere instancabilmente gli stessi errori. Ma è
possibile uscirne, afferma la Dott.essa Stéphanie Hahusseau, psichiatra e
autore di "Comment ne pas se gâcher la vie"(Come non rovinarsi la vita.
n.d.t.).
Doctissimo ti riporta i suoi insegnamenti.
Doctissimo:
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Nel suo libro, identifica molti schemi
capaci di rovinare la vita (colpevolezza, carenza affettiva, mancanza di
riconoscenza, ecc.). Come ha trovato questi schemi?
Dott.essa Hahusseau:
A partire dai lavori di Jeffrey Young e
dalla mia esperienza clinica. Infatti, sono sentimenti di grande dolore
che molto spesso fanno soffrire i pazienti che incontro. Lo schema
dell’abbandono (carenza affettiva) è estremamente frequente. Tra i miei
pazienti ci sono prevalentemente donne (75%) ma il fatto ch’io sia una
donna è probabilmente un espediente; l’età varia tra i 25 e i 55 anni e
rappresenta un fattore che aiuta. Infatti, crescendo, le persone vivono
esperienze di ripetizione e arrivano a prendere coscienza del fatto che
non sono solo le circostanze esteriori a generare il loro malessere.
Quanto alle categorie professionali, sono presenti un pò tutte. Ad
onor del vero, va sottolineato che su questi schemi ci sono ancora
pochi, o addirittura inesistenti, studi. D’altra parte si tratta di un
progetto sul quale io e un mio collega stiamo ancora lavorando.
Doctissimo:
Ci può dare qualche esempio pratico della maniera in cui questi schemi possono realmente rovinare la vita di qualcuno?
Dott.essa Hahusseau:
Le conseguenze possono essere di tipo
professionale (assenza per malattia, passività, violenza), amoroso
(insoddisfazione sia da single che in coppia, scelta di compagni
«tossici»…), familiare (tentativo di guarire le proprie ferite
proiettandole sui figli o ripetizione diretta di ciò che ci ha fatto
soffrire da più giovani) e amichevole (pochi o nessun amico, amici "che
ci sfruttano", amici che ci fanno soffrire)…
Doctissimo:
Nel suo libro, sottolinea l’importanza dei
genitori nella realizzazione pratica di questi schemi. Si originano
sempre nell’infanzia?
Dott.essa Hahusseau:
Come dico spesso, l’educazione non è la
sola responsabile. Si è geneticamente predisposti a sviluppare uno di
questi schemi, ma gravi eventi esterni possono giocare un ruolo
importante o ad esempio il posto occupato in famiglia, tra fratelli… E’
comunque vero, bisogna ammetterlo, che lo schema sembra costituirsi nei
primi dieci anni di vita, ovvero durante l’infanzia
Genitori-figli: un legame psicofisico profondo
Un genitore farebbe qualsiasi cosa per un figlio e
il suo stato d’animo ha un enorme peso nella vita di una madre o di un
padre. Una ricerca statunitense ha dimostrato che le condizioni
psicofisiche di un figlio influenzano notevolmente quelle dei suoi
genitori, sia positivamente che negativamente.
Il benessere di un genitore dipende da quello di suo figlio
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Nella città di Philadelphia, stato
dell’Indiana – USA, un team di ricercatori della Purdue University ha
condotto uno studio su un campione di 633 genitori e i rispettivi 1251
figli compresi tra la maggiore età e i 33 anni. I dati raccolti hanno
mostrato come anche se la prole raggiunge la piena maturità fisica e
psicologica, i genitori subiscono lo stato di salute psicofisico dei
figli. Un uomo o una donna affermati, con un lavoro, dei figli e una
vita piena di impegni rassicurano il papà o la mamma e ogni genitore
esaminato (tra i 40 e i 60 anni) mostra stati di forte stress quando
viene a conoscenza di una situazione particolarmente difficile in cui
suo figlio può trovarsi (divorzio, precarietà economica, dipendenza da
droghe). Viceversa, la terza età viene vissuta in maniera decisamente
più serena se il figlio vive a sua volta un’esistenza felice e
appagante. Questa empatia è frutto di un istinto che tiene uniti
genitori e figli con un legame indissolubile, che perdura anche quando
ormai i primi sono anziani e avrebbero loro stessi bisogno di cure e
attenzioni. Inoltre, i risultati della ricerca non variano in base alla
vicinanza o lontananza della prole: il trasferimento in un’altra città o
la convivenza sotto lo stesso tetto non influisce affatto sugli effetti
riscontrati sui genitori, che sentono il legame col proprio figlio
sempre molto forte.
Il legame genitori/figli
Solo quando i figli crescono si rendono
conto di quanto sia difficile essere un buon genitore: è il mestiere più
difficile del mondo ma ammetterlo è altrettanto complicato.
Sfortunatamente, non esistono corsi nelle scuole che insegnino come
tirare su un bambino e il buon senso scarseggia da tempo. Nonostante
ciò, seguire il proprio istinto è fondamentale, così come cercare di
fare del proprio meglio; l’affetto nei confronti di un figlio va
dimostrato e utilizzato per crescerlo, non c’è metodo migliore. Quando
si diventa genitori, lo si resta per tutta la vita e i risultato
raccolti dalla ricerca americana non stupiscono: la Dottoressa Karen
Fingerman, specializzata in psicologia, ha sottolineato inoltre come la
risoluzione di conflitti (generazionali o di altra natura) tra genitori e
figli è indispensabile per il benessere di entrambi, soprattutto di
mamma e papà. Affrontare il tempo che passa sarà molto più semplice se
si ha una serenità d’animo data solo dall’affetto reciproco.
I dati della ricerca sul benessere dei genitori e dei figli
I risultati dello studio (e presentato al
convegno della American Psychological Association) non lasciano dubbi:
su 10 genitori che hanno avuto un figlio che a sua volta ha affrontato
un qualsiasi tipo di problema nell’anno precedente, 7 sono stati colpiti
da problemi di salute più o meno gravi. Coloro il cui figlio era stato
capace di affermarsi in campo lavorativo, sociale o affettivo erano in
buona salute; i genitori che avevano anche un solo figlio problematico
(mentre i suoi fratelli o sorelle conducevano una vita più serena)
presentavano disturbi fisici e psicologici di rilievo e quando i figli
ad avere difficoltà sono due, lo stato di salute dei genitori si aggrava
in maniera esponenziale. Il presidente della Società australiana di
psicologia, Bob Montgomery, afferma che questo fenomeno può essere
spiegato facilmente: i genitori sentono sempre la responsabilità di
accudire i propri figli e di aiutarli a risolvere i loro problemi, anche
quando sono adulti e in grado di farlo da soli. Questo senso di
protezione nei confronti della prole è istintivo e viene guidato dalle
leggi della natura ma Montgomery afferma che ad un certo punto della
vita è necessario che i genitori si mettano da parte e lascino che i
figli commettano i loro errori e facciano le loro scelte. Più facile a
dirsi che a farsi. Genitori non si nasce e non è sempre facile percorrere una strada
giusta nell’educazione dei figli: anche se è naturale che i loro gesti
influiscano sulla vita dei genitori, è bene cercare di distaccarsi per
non compromettere la propria salute già delicata per l’incalzare
inesorabile del tempo. L’empatia e il sostegno sono importanti ma se si
ama un figlio è giusto lasciarlo vivere a modo suo e sperare che abbia
sempre una buona dose di fortuna e di buonsenso. Un giorno sarà lui ad occuparsi dei suoi genitori ed è necessario che
compia un percorso che lo faccia crescere in tutti i sensi. Abbiate
fiducia nelle sue capacità.
Violenza sulle donne: il femminicidio
Vittime di compagni gelosi, le donne sono sempre più
spesso al centro della cronaca per storie di violenza fisica e
sessuale, omicidio, persecuzione e stalking. Nessuno può negare che, a
livello sociale, si è assistito negli ultimi anni ad un incremento dei
casi di violenza nei confronti proprio del gentil sesso, così come ci
illustrano quotidianamente tg e giornali. Da cosa nasce tutta questa
violenza? Che cos’è il femminicidio?
Le donne e la violenza
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Dal punto di vista sociale, la violenza
sulle donne viene considerata un tipo di violenza di genere, in quanto
diretta al sesso femminile in quanto tale. In ambito giuridico, la
violenza sulle donne è giudicata come una violazione dei diritti umani,
aggravata dal fatto che sia diretta ad un sesso specifico considerato
più indifeso. La casistica mostra come i maltrattamenti, gli stupri, le
percosse e la persecuzione siano messi in atto quasi mai da estranei: i
colpevoli sono spesso mariti, compagni, familiari e amici, come poi
succede nei casi di violenza sui minori, ovvero da persone con le quali
esiste un legame di natura affettiva. L’Istat
ha reso noti alcuni dati raccolti da un’indagine condotta nel 2006: una
donna su tre dichiara di essere stata vittima di violenza almeno una
volta nella vita e la maggior parte dei casi si trattava di percosse,
seguite da violenza sessuale e carnale, ad opera del partner o del
marito. In questi casi, più del 90% delle vittime non ha denunciato il
suo carnefice, anche se la percentuale rimane la stessa anche quando è
un estraneo a infliggere la violenza. Durante la XX edizione dello Human Rights Council,
tenutosi a Ginevra, Rashida Manjoo, relatrice speciale per le Nazioni
Unite sulla violenza contro le donne, ha elaborato i dati italiani ed è
giunta alla conclusione che il nostro paese ha ancora molta strada da
fare per estirpare questo problema sociale. Quello che c’è da sradicare,
secondo la Manjoo, è la cultura maschilista di cui l’Italia si
caratterizza soprattutto nelle zone meno ricche e poco industrializzate,
in cui la donna deve ricoprire determinati ruoli e sottostare alle
decisioni del partner o del genitore. Il nodo della questione, come sottolineato nell’incontro di Ginevra, è
l’incapacità di denunciare l’accaduto: sentendosi sottomesse, le donne
non riescono a prendere il coraggio a due mani e far valere i propri
diritti, anche quando sono vittime di violenza. Nemmeno lo Stato si
mostra rassicurante: la gran parte delle donne italiane ha dichiarato
che, denunciando il proprio carnefice, non si sentirebbe protetta né
dalle leggi né dalle forze dell’ordine e preferisce, di conseguenza,
tacere per non trovarsi situazioni ancora più spiacevoli.
Il femminicidio: che cos'è?
La variabile imprevista dei casi di
violenza di genere è rappresentata dal femminicidio. Il neologismo,
coniato dalla specialista e studiosa della violenza femminile Diana
Russel, è entrato a far parte del linguaggio comune da quando la cronaca
ha portato alla luce i sempre più numerosi casi di donne uccise dai
partner e dai consanguinei. Negli ultimi decenni, il numero delle morti
tra la popolazione femminile è cresciuto, soprattutto in quei paesi
dell’Est in cui è più forte la cultura della superiorità maschile, come
la Cina, e in cui il femminicidio si declina in diverse forme. Si va
dall’aborto coatto se la donna aspetta una bambina all’omicidio della
ragazza qualora sia scampata all’interruzione di gravidanza quando
ancora era nel grembo materno. In Occidente, il femminicidio sta ad indicare quei crimini (meno
cruenti di quelli sopracitati) che vedono coinvolte le donne, uccise per
mano di un uomo e, spesso, a causa della gelosia. La cronaca ci
racconta ogni giorno di madri, mogli o figlie alla quale viene tolta la
vita per aver compiuto delle azioni giudicate “imperdonabili”, come
lasciare un partner e aver messo in cattiva luce il nome di una famiglia
in vista. Nei primi quattro mesi del 2012, le vittime di femminicidio
sono state più di 50 in Italia. Molti sono gli appelli, le iniziative e
le organizzazioni che si occupano di far conoscere una piaga sociale
silenziosa eppure così estesa. Perché accade tutto ciò? La gelosia, intesa come un insano istinto di
possessione che si traduce in atti estremi, spinge gli uomini a voler
controllare la vita della propria compagna e non riescono ad accettare
l’idea di perderla per nessuna ragione al mondo. Da qui, il volerle
precludere qualsiasi contatto col mondo esterno, arrivando anche ad
ucciderla se necessario. Se sei vittima di violenza, non tacere e denuncia la persona che ti
fa del male. Scopri a chi chiedere aiuto e a chi rivolgerti per trovare
sostegno psicologico grazie alle dritte di Doctissimo.
“Per gelosia, ha detto, come dicono in
tanti. Ma "la gelosia" non è la causa. La causa è il modo di stare al
mondo di questi uomini. Considerano la donna un territorio da possedere,
da occupare, e infine, da bonificare. Nessuno di questi tre verbi ha a
che fare con l'amore”.
Roberto Saviano
Sei vittima di violenza? Ecco a chi puoi chiedere aiuto
Negli ultimi anni si è assistito ad una aumento dei
casi di violenza di genere, in particolare sulle donne, sempre più
spesso vittime di stalking, persecuzioni, violenze fisiche, sessuali e
psicologiche. Per iniziare a sconfiggere questo fenomeno, bisognerebbe
muoversi nel senso di una politica che punisce i colpevoli, i quali a
loro volta, però, devono essere denunciati dalle loro vittime. Queste,
comprensibilmente, temono per la loro incolumità e non sono motivate a
portare alla luce cosa gli accade per paura di essere giudicate in
maniera negativa o per timore di non essere adeguatamente protette dalle
istituzioni.
Chiedi aiuto
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Già negli anni Settanta, subito dopo il
boom del femminismo e della riacquisizione del diritto ad essere donne
emancipate e indipendenti, sono nati i primi centri di assistenza per
tutte quelle donne vittime di violenze e abusi di qualsiasi natura. Le
case di accoglienza femminile e i centri antiviolenza specifici che
offrono assistenza sia psicologica che legale, in Italia, comparvero una
ventina d’anni più tardi ma sono presenti in maniera capillare sul
territorio. Doctissimo ha selezionato alcuni link per te: Casa delle donne,
con sede a Bologna. Il centro risponde al numero 051-333173 e si occupa
di assistenza alle donne vittima di violenza attraverso colloqui
telefonici, gruppi di sostegno, consulenza e possibilità di essere
accolte in rifugi durante il duro percorso di denuncia e risoluzione
delle situazioni a rischio. C’è la possibilità, per le donne assistite
in loco, di portare con sé i propri figli in strutture organizzate e
attrezzate per i minori in questione. Inoltre, il centro offre una vasta
documentazione per stesura di tesi o report sull’argomento della
violenza. ASSOCIAZIONE AIUTO DONNA,
Onlus con sede operativa a Bergamo. Il sito è fruibile in sette lingue e
risponde al numero 035-212933. L’associazione offre consulenza
economica, fisica e psicologica anche grazie ad un’equipe formata da
educatori, psicologi, legali e assistenti sociali in grado di sostenere a
360° tutte coloro che sono vittima di violenza. Negli anni,
l’associazione ha provveduto ad organizzare delle iniziative atte a
diffondere un tipo di informazione mirata alle donne che non hanno la
forza di denunciare i propri aguzzini; convegni, mostre, corsi e
pubblicazioni sono alcuni dei progetti promossi a livello sia locale che
nazionale, tanto da aver ricevuto nel 2006 un attestato da parte del
comune di Bergamo per benemerenza civica. CADMI, con sede a
Milano. L’associazione nasce negli anni Ottanta, con l’obiettivo di
offrire assistenza completa alle donne vittima di violenze fisiche,
psicologiche e sessuale. Mettendo a disposizione strutture per
l’accoglienza, la Onlus riesce ad ospitare a tempo determinato coloro
che vogliono allontanarsi dalle situazioni di abuso, anche portando con
sé i propri figli. Il centralino risponde al numero 02.55015519 e, anche
quando il centro è chiuso, viene garantito un servizio di segreteria
telefonica attivo 24h su 24. Il CADMI, oltre al sostegno pratico di
esperti legali, psicologi e assistenti sociali, offre un servizio di
mediazione culturale molto importante in una realtà italiana sempre più
multietnica. Tra le iniziative promosse dal CADMI, ricordiamo l’ATAV -
Action Teenagers Against Violence, che si è proposto di diffondere
informazioni e dati importanti anche nelle scuole, luoghi ideali per
raggiungere adolescenti e ragazzi vittime di abusi. D.i.Re.,
di Roma. Nella capitale ha sede la Casa Internazionale delle Donne, che
si traduce in questa Onlus, a sua volta contenitore di ben 60
associazioni che si occupano di violenza di genere. Il carattere
operativo della Di.Re è sia assistenziale che politico e persegue
l’obiettivo di promuovere azioni e progetti mirati ad una trasformazione
dell’Italia a livello sociale nei riguardi della presa di coscienza del
problema, partendo proprio dall’impegno politico in tal senso. W.A.V.E.,
che opera a livello europeo. La sede si trova a Vienna, in Austria, e ha
promosso una delle iniziative più importanti a livello sociale, il
progetto Daphne, tradotto in Lotta contro la violenza nei confronti dei
bambini, degli adolescenti e delle donne. L’iniziativa è arrivata al suo
terzo stadio di esecuzione ed esiste ormai dal 2007; Daphne è stato
creato grazie alla decisione n. 779/2007/CE
del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 20 giugno 2007 , che
“istituisce per il periodo 2007-2013 un programma specifico per
prevenire e combattere la violenza contro i bambini, i giovani e le
donne e per proteggere le vittime e i gruppi a rischio (programma Daphne
III) nell’ambito del programma generale Diritti fondamentali e
giustizia”. Rete Nazionale Antiviolenza,
cliccando, si trovano tutti i contatti delle organizzazioni e delle
associazioni che si occupano di violenza di genere in ogni città
d’Italia. Il Dipartimento per le pari opportunità, che gestisce il sito,
ha istituito inoltre una linea diretta di ascolto e consulenza che
risponde al numero 1522. Rete Lilith:
sito è un contenitore molto ricco della documentazione disponibile e
aggiornata su violenze e abusi. Esso mira a valorizzare e diffondere
tutto il patrimonio culturale e statistico del fenomeno della violenza
di genere. Farsi aiutare è possibile. Bastano pochi click.
Riprendi in mano la tua vita
Quanto tempo è passato senza che te ne accorgessi,
quante volte aspetti che la nostalgia passi da sola, quanti giorni
combatti contro la tristezza di una vita che non è quella che sogni ma
sei bloccato tra ciò che eri e l’immagine di ciò che sei diventato che
cozza con quella, oramai confusa, di ciò che volevi essere. Prima di
mandare all’aria la quotidianità che hai faticosamente costruito giorno
dopo giorno per poi magari pentirtene, hai provato a riconciliarti con
te stesso? Doctissimo ti spiega come fare per riscoprirti più forte di
prima.
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Se hai l’impressione di restare sempre al
punto di partenza ma chiudere la porta per lasciare il mondo fuori dalla
stanza non basta per risolvere i tuoi problemi, non aspettare che la
soluzione piova dal soffitto. Da oggi fai in modo che le cose cambino,
tu sei la chiave di volta e l’unica persona su cui contare per
ricominciare.
Per ricominciare bisogna partire o ripartire?
Fingersi felici di una vita che non è come
la si vuole è lo sbaglio più grosso che si possa commettere. L’errore
generalmente è accompagnato dalla paura di prestare orecchio alla voce
interiore che rimane il più delle volte inascoltata perché ci mette di
fronte alla verità e alla necessità del cambiamento. Luogo comune da
sfatare è che per ricominciare bisogna necessariamente prendere una
valigia in mano è partire. La partenza non è sempre la soluzione giusta:
spesso, specie quando si parte senza prima aver risolto i dissidi
interiori, si rischia di aggravare il malessere altrove, pensando ancora
una volta di aver sbagliato il tempo e il luogo. Per ripartire prima di
partire bisogna vivere il “qui e ora”, lasciando che il passato non
tolga le energie o che ci si proietti solo sul futuro dimenticando di
vivere il presente e perdendo di vista se stessi e i propri obiettivi.
Cosa mi trattiene? Cosa mi attrae?
Per trovare la soluzione al dilemma restare
o andare, poniti un quesito e rispondi sinceramente mettendo in
discussione tutto quanto: cosa ti trattiene e cosa ti attrae? Stilata la
classifica dei motivi per cui vale la pena restare e quella per cui è
il momento di partire, dovrai condurre un’analisi quanto più razionale
su te stesso per capire qual è il nodo del problema, da quando hai
iniziato a soffrire e perché tutto ciò è successo. Non fissarti su
pensieri del tipo che tu attrai la sfiga, che il tuo destino è
irrimediabilmente segnato dall’infelicità e che al ristorante l’ennesima
pizza bruciata o l’ordinazione sbagliata siano il segno divino che tu
debba andar via. Quando non si vive bene, si ha come l’impressione che
ogni cosa sia sbagliata o generi sofferenza.
La paura dell’incerto e delle responsabilità
Partenza non è sinonimo di riuscita, così
come rimanere non fa necessariamente rima con fallimento. Ritrovare la
felicità non è un procedimento immediato ma ci si può riuscire partendo
dalla consapevolezza di voler cambiare le cose con tutti i rischi e le
responsabilità che questa scelta comporta. Responsabilità è la parola
chiave: è più semplice farsi consigliare da parenti e amici delegando ad
altri la scelta della strada da seguire. È più semplice farsi compatire
che rimboccarsi le maniche e ricominciare da capo o da dove si è
interrotto il percorso che avrebbe condotto all’equilibrio psico-fisico.
Sei tu il solo che ha la facoltà di dare una svolta alla tua vita e per
farlo devi imparare a capire ciò che vuoi veramente, riappropriandoti
delle emozioni e della tua identità.
Dal dubbio alla decisione
Rimanere col dubbio che la tua vita
potrebbe essere migliore, non è né positivo né costruttivo. Ma se
prendere una decisione ti paralizza è importante capire cosa sta alla
base del tuo blocco. In genere si tratta dei condizionamenti esterni
come ad esempio il giudizio degli altri, o di paure legittime: puoi
temere di non essere forte abbastanza, di non essere all’altezza della
situazione, che questo possa trasformarsi in un fallimento. Tutti questi
dubbi sono alimentati dal contesto sociale che, magari inconsciamente,
incide sul tuo stato d’animo già provato. Se un cambiamento radicale è
impensabile per te in questo momento, comincia dalle piccole cose.
Accetta la quotidianità e scopri le carte in tavola: ci sono persone che
ti mettono ansia, gelosia? Allontanale. Ci sono situazioni che ti fanno
star male? Evitale. Impara a dire no e a focalizzarti su te stesso.
Solo quando sarai convinto delle tue capacità, riuscirai a saltare
l’ostacolo e non più aggirarlo come fai adesso.
È la direzione giusta?
Qualsiasi decisione si prenda è sempre
anticipata e seguita da un dubbio opprimente: è la decisione giusta? È
quella la direzione? Ma anziché brancolare nel buio e porti quesiti
perdi-tempo, accendi il lume che è in te e impara ad avere obiettivi.
Nella vita gli obiettivi contano, senza questi sei una bandiera al vento
e non puoi seguire una direzione, non puoi lottare per qualcosa. Gli
obiettivi possono riguardare la meta da raggiungere, i desideri da
realizzare, gli ambiziosi ma non impossibili sogni nel cassetto. Per
prendere consapevolezza dei tuoi obiettivi, impara a compilare una
lista, proprio come quando stili la lista della spesa. Ci sono obiettivi
che avranno la priorità e ti darai un tempo per raggiungerli, altri
potranno aspettare e saranno anch’essi dei traguardi a testimonianza del
tuo valore. Giorno dopo giorno chiarirai quali sono gli obiettivi della
tua vita e, avendo uno scopo, la direzione da seguire si delineerà
spontaneamente.
Vivi da comparsa o da protagonista?
Le cose cambiano solo se lo vuoi; a volte
il cambiamento sta solo nel punto di vista e nel modo in cui ti approcci
alla vita. Smettila di demonizzare capri espiatori inesistenti, di
lottare contro fantasmi o mulini a vento e di scegliere le scorciatoie.
È importante vivere una vita da protagonisti e non da comparsa come fai
ora. Nessuno ha detto che è semplice ma, anche quando il risultato è
incerto, a volte è più giusto accollarsi il rischio che vivere in una
prigione invisibile. Il cambiamento costruttivo richiede ingegno,
impegno, sacrificio e un’attenta pianificazione.
Scrivi la tua storia
Urla se sei arrabbiato, piangi se ne hai
voglia, ridi senza motivo e ritrova le passioni dimenticate. Il denaro,
il lavoro, gli amici non devono essere il centro della tua vita perché
essendo soggetti esterni provocano in te l’ansia di dovere sempre
provare o fare qualcosa per qualcuno in una corsa disperata che non ti
lascia fiato. Solo la consapevolezza di conoscere te stesso ti
permetterà di vedere e vivere il mondo come un luogo paradisiaco. Pensa
a te prima che agli altri perché se stai bene tu anche gli altri
staranno bene con te e i rapporti creati saranno più sinceri e maturi. Fai in modo che tu sia al centro della tua vita e trova l’equilibrio
che ti farà dire “sono una persona felice” perché tu hai gli strumenti
per scrivere la tua storia, non preoccuparti delle innumerevoli volte in
cui sarai costretto a ripartire e a ricominciare, tu vai avanti. Quando avrai capito chi sei e cosa vuoi veramente, non importa a che
età, sarai veramente pronto per riprendere in mano la tua vita e
trasformarla in quella che hai sempre desiderato.
Essere quello che gli altri vorrebbero che noi fossimo, ha senso?
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Vorrei parlare del concetto di maschera sociale, quella che Jung chiama Persona, la cui etimologia antica significa , appunto, maschera, intesa come immagine non autentica. Questa componente della personalità matura con la scolarizzazione, a partire dai 5/6 anni di età e si struttura fino alla prima età adulta. Si tratta di una istanza fondamentale senza la quale non potremmo rapportarci con gli altri e avere un adattamento alle situazioni esterne sufficiente, che ci consenta di vivere. Tuttavia, quando si vive esclusivamente la Persona, rispondendo alle richieste di adeguamento alle necessità della collettività e dal contesto familiare, della nostra “prima “ società con cui dobbiamo fare i conti da vicino ogni giorno, e dal frutto di questa, la nostra educazione, si perde la propria autenticità. Di essere unico e irripetibile, e per questo straordinario. Emerge quindi, a un certo punto, la necessità di allentarsi dalle richieste sociali, di rifiutare almeno in parte il ruolo che ci è stato assegnato per non soffocare del tutto l’impulso alla crescita di diventare individui. Ma l’individuo appare scomodo agli occhi della società: con le sue richieste personali, individuali, opposte dunque al collettivo, il cui obiettivo è di produrre certezze, dare sicurezze, sostenere i più deboli, fungere da grande madre protettrice. Tutto questo appare come una bestemmia per chi sa che il mondo è sempre stato insicuro e sempre lo sarà , senza vere certezze se non quelle del proprio valore come essere umano, dal cui benessere e dal cui equilibrio individuale parte, prolifica e ha ragione di esistere il benessere collettivo del mondo.
Ancora sul perché siamo qui, viviamo questa vita
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Sempre sul filo del senso che diamo alla vita, vorrei soffermarmi
su un concetto a cui tengo molto: il Processo di Individuazione. Secondo
lo psicologo analitico C. G.Jung, il Processo di Individuazione è volto
a capire fino in fondo ciò che siamo e per quale scopo superiore siamo
chiamati a vivere in questo luogo e in questo momento della storia. In tutti sussiste una sana spinta a realizzare se stessi. Spinta che
noi tutti abbiamo alla nascita, in quanto archetipica, ossia
appartenente al bagaglio di comportamenti con cui ogni uomo viene al
mondo. Spinta che Jung ha chiamato archetipo del Sé, e che per qualche
ancora ignota ragione alcune persone tra di noi hanno la capacità di
seguire, ma che, di fatto, appartiene a tutti in quanto potenziale. Alcuni valori interiori appaiono però indispensabili: innanzitutto la
coerenza interiore, quella dei fatti dentro di noi, ben più difficile
da attuare, spesso accusata dal mondo di incoerenza, ma infinitamente
più autentica di quella esteriore. Poi la generosità di dare: a se
stessi e agli altri, nel porsi un obiettivo più grande di noi e di
cercare di raggiungerlo, lasciando che il fato e la provvidenza,
provvedano, appunto, affinché si attui ciò che è dato accadere. Ma
soprattutto il coraggio, che mi piace definire “ morale”, e la forza
dell’Io, quella misteriosa entità che ci rende flessibili alle
circostanze, rimanendo tuttavia integri, e ci fa procedere nella vita.
Qualche riflessione in più sul cambiamento
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Ancora sul cambiamento. Quando il cambiamento diventa una
necessità ineluttabile, che non può non essere presa in considerazione ?
Solitamente quando gli eventi esterni non ci danno scelta, quando si è
realmente costretti. Troppo spesso, però, si travisa il significato di
ciò che ci sta accadendo: l’occasione del cambiamento, del riscatto di
una vita spesa aderendo esclusivamente a una maschera sociale fatti di
ruoli e obblighi che a un certo punto della nostra vita appaiono vuoti.
Ecco che la grande occasione, con la g maiuscola, è data a tutti, ma
sotto spoglie mentite e la si stenta a riconoscere: è un’improvvisa
patologia del corpo, il disagio della mente dell’attacco di panico, il
trauma di un abbandono, la bancarotta finanziaria, il lutto per una
grave perdita affettiva. Si tratta di occasioni meravigliose di crescita
per affrontare il cambiamento sempre rimandato o misconosciuto. L’unico
modo per far superare tutto questo è coglierne il significato profondo,
ascoltando il dio che viene a bussare alla nostra porta, come direbbe
James Hillman, psicologo analitico di matrice junghiana di fama
mondiale, tuttora vivente: il dio ci chiede di integrare dentro di noi
il suo messaggio psicologico per essere persone sempre più complete,
capendo e conoscendo un po’ di più se stessi. Ritornerò più in là sul
concetto di integrazione degli dei nella nostra psiche, un argomento che
mi è molto caro.
Sul significato della vergogna
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Un recentissimo libro molto interessante di Marco Belpoliti dal
titolo “Senza vergogna” (Ugo Guanda editore) mi dà l’occasione di
introdurre questo argomento sul quale stavo facendo una serie di
riflessioni personali proprio in questo periodo. Per amore di
definizioni e per intenderci sui concetti, la vergogna è un’emozione
profonda, che nasce da un senso di inadeguatezza interna, che a sua
volta affonda le radici nel senso di umiliazione che si è vissuta,
spesso, molto precocemente, confrontandosi con il mondo. Ed è tanto più
profonda quanto più il tratto narcisistico è marcato e l’ideale di Sé
alto, scaturendo così una dinamica di perdita di autostima a fronte
dell’intaccamento della propria immagine. Belpoliti introduce il
concetto di narcisismo, necessariamente legato alla vergogna, e, lui
sottolinea, anche al senso di colpa, ponendo come archetipo principale
di questa dinamica, appunto, la figura mitologica di Narciso, dove è la
società a fungere da specchio di una riuscita in termini
economico-mondani, accreditando così il senso del successo/fallimento
della propria esistenza alla materialità. Dice inoltre che il senso
viene accuito dalla cultura occidentale della quale siamo permeati in
questi decenni, dove ogni cosa è possibile e raggiungibile, grazie alla
“forza di volontà”, altro mito moderno di una società così narcisistica
che ha perso con il senso della vergogna e anche la sua controparte
speculare, il pudore. Il libro, naturalmente è molto più ricco, e vi
invito a una sua lettura.
Basta farsi calpestare!
A volte hai la sensazione di non
riuscire a farti rispettare? Mentre fai la fila, ti passano davanti come
se non esistessi? Nel quotidiano, così come nei rapporti di coppia o di
lavoro, capita di dover sgomitare per farsi sentire. Se hai
l’impressione di essere spesso calpestata, è arrivato il momento di
reagire. Ecco qualche suggerimento su come fare per importi, se
necessario!
Catherine Maillard
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Catherine Maillard
Ancora sul daimon: conoscere il suo linguaggio
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Il linguaggio del daimon è simbolico, visivo, prescinde in parte
dalla razionalità, va interpretato, accolto, amplificato. A volte non è
così intelligibile, o si può ridurre a quello che sembra. Porterò qui il
mio esempio, l’unico per il quale ho la certezza in quanto l’ho vissuto
e lo sto vivendo. Da bambino volevo cambiare le lampadine nei lampioni
nelle strade. Mi affascinava vedere quegli uomini che salivano trionfali
sulla piattaforma aerea, sembrava volassero, toccando quasi il cielo.
Non ho un ricordo nitido, preciso: così me lo racconta mia madre. Avrei
potuto, certo, fare quel mestiere, o altro che mi consentissi di salire
in alto, su una qualche piattaforma. Ma il senso è quello di voler fare
luce, di illuminare un percorso, una strada, dove gli uomini potessero
procedere più sicuri, sapendo dove stessero mettendo i piedi. Volevo
illuminarli dall’alto, essere l’artefice di questo processo: io volevo
cambiare le lampadine che non funzionavano, che non producevano luce,
dovevo illuminare. Sembrava così essere segnato il percorso di
psicoterapeuta. E salire in alto: avrei potuto voler illuminare
diversamente, con altri mezzi. La salita in alto corrisponde il
desiderio di avvicinarsi al cielo, vicino a Dio o all’Olimpo degli dei.
Per Jung, l’incontro con il Sé, che si attua in terapia, con la
conoscenza di noi stessi, con la parte più profonda e immanente,
corrisponde, nell’uomo, alla percezione di Dio al proprio interno. E con
Dio degli dei, gli archetipi di cui parlo spesso. Non a caso la strada e
il percorso intrapreso e da proseguire è quello secondo il pensiero
junghiano.
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